Nino

Ah … il tempo mio nemico e strano …

Seneca (lettera 101 a Lucilio… frammento) 20 gennaio 2015

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Seneca (lettera 101 a Lucilio… frammento)

… come è insensato disporre della propria vita, se non siamo padroni neppure del domani! Come sono pazzi quelli che danno il via a progetti lontani nell’avvenire: comprerò, costruirò, darò denaro in prestito, ne riscuoterò, ricoprirò cariche, e alla fine passerò in ozio, stanco e soddisfatto, la vecchiaia. Credimi: tutto è incerto, anche per gli uomini fortunati; nessuno deve ripromettersi niente per il futuro; anche quello che abbiamo fra le mani ci sfugge e il caso tronca l’ora stessa che stringiamo. Il tempo passa secondo una legge determinata, ma a noi sconosciuta: e che mi importa se per la natura è certo quello che per me è incerto? Ci proponiamo lunghi viaggi per mare e un ritorno in patria lontano nel tempo, dopo aver vagato per lidi stranieri; imprese militari e tardive ricompense di fatiche guerresche, amministrazioni di province e avanzamenti di carriera, di carica in carica, mentre la morte ci sta accanto; e poiché non ci pensiamo mai, se non quando tocca agli altri, di tanto in tanto ci vengono messi davanti esempi della nostra mortalità, che, però, durano in noi solo quanto il nostro stupore. Ma niente è più sciocco che stupirsi che accada un giorno quanto può accadere ogni giorno. Il termine della nostra vita sta dove l’ha fissato l’inesorabile ineluttabilità del destino; ma nessuno di noi sa quanto si trovi vicino alla fine; disponiamo, perciò la nostra anima come se fossimo arrivati al momento estremo. Non rinviamo niente; chiudiamo ogni giorno il bilancio con la vita. Il difetto maggiore dell’esistenza è di essere sempre incompiuta e che sempre se ne rimanda una parte. Chi dà ogni giorno l’ultima mano alla sua vita, non ha bisogno di tempo; da questo bisogno nascono la paura e la brama del futuro che rode l’anima. Non c’è niente di più triste che chiedersi quale esito avranno gli eventi futuri; se uno si preoccupa di quanto gli resta da vivere o di come, è agitato da una paura inguaribile. Come sfuggire a questa inquietudine? In un solo modo: la nostra vita non deve protendersi all’avvenire, deve raccogliersi in se stessa; chi non è in grado di vivere il presente, è in balia del futuro. Ma quando ho pagato il debito che avevo con me stesso, quando ho ben chiaro in testa che non c’è differenza tra un giorno e un secolo, posso guardare con distacco il susseguirsi dei giorni e degli eventi futuri e pensare sorridendo al succedersi degli anni. Se uno è saldo di fronte all’incerto, non può turbarlo la varietà e l’incostanza dei casi della vita … 

Seneca (lettere a Lucilio – Libro diciassettesimo Lettera 101)                         

 

ORAZIO COCLITE 17 gennaio 2015

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Orazio Coclite

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Orazio Coclite (HORATIUS·COCLES) eroe mitico romano del VI secolo (cocles: in Latino significa “con un solo occhio” -) che difese da solo il ponte che conduceva a Roma contro gli Etruschi di Chiusi guidati dal loro lucumone Porsenna. Era il fratello di Marco Orazio Pulvillo che fu console nel 509 a.C.. Entrambi discendevano dai tre fratelli Orazi. (536? – 490? a.C.) Secondo la tradizione, intorno al 508 a.C. l’eroe dimostrò grande resistenza e coraggio impedendo da solo il passaggio degli Etruschi di Chiusi comandati dal re Porsenna sul ponte Sublicio e permettendo ai Romani di demolirlo salvando la città dall’attacco dei nemici. Inizialmente sarebbe stato aiutato da Spurio Marzio e da Tito Erminio ma successivamente Orazio Coclite avrebbe gridato loro di tornare indietro e sarebbe rimasto solo a difendere il ponte. Al termine della demolizione si gettò nel Tevere con tutta l’armatura e qui, secondo Tito Livio, riuscì ad attraversare il fiume nuotando e a rientrare in quella città a cui aveva evitato, con il suo eroico gesto, un infausto destino. Il popolo di Roma gli dimostrò la sua gratitudine dedicandogli una statua e donandogli un appezzamento di terreno.

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“Il Ponte Sublicio, il più antico di Roma, oltrepassava il fiume Tevere, il nome deriva dal termine sublica, attribuito alla lingua volsca, con il significato di “tavole di legno”.  Il ponte era considerato sacro (dal termine pons deriva la designazione di “pontefice” o pontifex) e vi si svolgevano cerimonie arcaiche, tra cui quella del lancio nel fiume degli Argei, o pupazzi di paglia (forse in sostituzione di più antichi sacrifici umani).”

(… wikipedia …)

 

PRESENTAZIONE PERSONALE FOTOGRAFICA

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Presentazione Personale Fotografica

Palazzo della Provincia di Reggio Calabria

 INTUIZIONI E ROTTE 

 “Obiettivo sulle Tracce del Tempo e della Storia”

 Mostra fotografica di Antonino Cuzzola

Comincia con una decisa puntata sull’obiettivo il viaggio nell’arte della fotografia del maestro Nino Cuzzola, una puntata fulminante, centrata con l’occhio di un artista che, scoperto il soggetto, sa di comporre un’opera che resterà legata al suo destino, per godere di un attimo indimenticabile, per assaporare l’ebbrezza di una nuova contaminazione.

Eppure l’accostamento di questo artista alla storia anteriore ed a quella profetica, cioè al passato ed al futuro, non è impetuosa.

Il maestro si aggira tra i sedimenti del suo vissuto e della sua anima con profondo rispetto ed umiltà, ma anche con il desiderio di capire sempre di più il mondo che lo circonda e la voglia di esaltare ogni elemento che avverte, come interiore e quindi fortemente spirituale e catartico.

Ciò spiega il gusto di Cuzzola per la ricerca, la lentezza della sua immersione, la voglia di distinguere le cose tra realtà e rappresentazione, e rende più comprensibile la sua propensione alla meditazione, come se il soggetto da intercettare dovesse arrivare da molto lontano, e lui fosse chiamato lì ad inchiodare l’avvenimento, a cercare conferme ai suoi convincimenti con lo scatto improvviso del ragno che ferma la corsa dell’insetto.

C’è un antico sentimento che lega Cuzzola alle rotte del tempo: l’antico legame con la storia che viaggia su un orizzonte stratificato e intuitivo per cogliere lo sconfinato stupore delle nascite e delle forme (Genesi), o quel quadrante dei giorni e della umana continuità che è affidato a due splendide interpretazioni: i simboli di un ciucciotto e di una candela accesa, e due scarpette per neonato pronte a raccogliere e scrivere le pagine di una nuova vita.

L’alternarsi delle immagini fissate dall’artista non appare mai banale anzi svaria, ed ora è rapito dalle suggestioni colte all’interno di una esistenza semplice e scarnificata, ora è soggiogato dal crogiolo di composizioni e forme, anche metafisiche, che agitano il magma della sua creatività.

Nello spazio destinato alla sua osservazione, l’occhio del maestro si fa pungente, indagatore, ed appare notevole lo sforzo compiuto per portare alla luce i sussurri dell’anima, per aprire e leggere le pagine della vita dura dell’uomo, per rappresentare i diversi linguaggi della esistenza: dalla solitudine (simbolizzata dall’unico scarpone sul tetto o dalle spiagge grigie e detritiche) al KAMA della disillusione (visto con la mela consumata dell’Eden perduto), dall’ipocrisia (rappresentata con le immagini aggressive della falsa comunicazione) alle catene dei diritti umani conculcati e del dolore (libera nos domine – scrive l’autore) che denunciano ancora e drammaticamente la presenza discriminante e angosciante nel mondo di due grandi impostori: la ricchezza e la povertà.

Un itinerario sofferto, dunque, lacerante, a volte rinfrancato dall’amarcord con la bellezza delle cose e delle stagioni, ma pur sempre trascinato in una acuta riflessione sulla storia e sulle macerie (che non è assolutoria): L’11 Settembre – Il Massacro del Sand Creek – I Lager e sull’immanenza del tempo e del nulla.

Un itinerario sollecitato a ripensare in positivo al valore della lentezza di chi vuole sorseggiare e gustare la gioia di vivere, ma anche all’ingrato evolversi della parabola umana concluso tra le pieghe di poche tavole, che lasciano esposti come detriti il simbolo del rapido dileguarsi di ogni illusione e, in qualche caso, di ogni illuminazione.

Cuzzola è sicuramente un uomo colto e raffinato, un artista che ha sedimentato le importanti lezioni etiche ed estetiche che arrivano dallo studio della filosofia, della letteratura e dell’arte ed ha sentito la grande spinta di rigenerazione che può arrivare dalle immagini.

Da queste discipline e dagli uomini che le hanno diffuse, ha certamente appreso il gusto dell’analisi, dell’approfondimento, ha accumulato tronchi di esperienze e la fede nelle idee e nelle intuizioni, su cui poggia la forza della sua ispirazione.

Il carpe diem, però, è solo suo, gli appartiene, lo fissa e lo esalta nei simboli, nelle composizioni, nelle cromature, e, soprattutto, nel messaggio. Ne deriva un complesso di opere che sono un dono di saggezza, di genialità e, in qualche caso, del sogno che lo ha attraversato e che si può riassumere nell’armonia e nell’equilibrio del creato.

L’humus che stimola la creatività del Cuzzola lo offre la natura, la varia espressione delle semplicità che nasce dal paesaggio e dall’ambiente, dall’umiltà delle cose delle vecchie cantine, da un cielo indescrivibile e sempre diverso, da un fiume che scorre, dalle mani di chi va e viene e, senza saperlo, ferma la lucida essenza delle parole, dei racconti, del sentimento comune.

C’è tra le immagini il modo per ricordare esempi straordinari di uomini che s’incastonano come esempi nello spaccato della storia: uomini come Papa Wojtila e Madre Teresa di Calcutta, come Ayrton Senna e Marco Pantani; storie indimenticabili della letteratura lette e rilette in ogni tempo come Cyrano, Don Chisciotte, Madame Bovary; esperienze umane e artistiche come quelle di Don Orione, di Timoty Berners Lee, di Francesco Guccini; e infine il mito ed i simboli tramandati dalla cultura ellenistica e le straordinarie lezioni di vita parca e trascendente che vengono dall’Ascetismo religioso del Buddismo, dell’Induismo, del Cristianesimo.

C’è un grande misticismo in tutto questo, la voglia di raccontare e di trovare una strada, e l’occasione di questa sera non è che il tempo della comunicazione del tempo nuovo e del dono, l’occasione per testimoniare il tempo dell’amore che si fa immagine ed ora ci angoscia, ora ci esalta, per consegnare al tempo una coinvolgente e irripetibile emozione.

(Dottor. Giuseppe Bova)

 

Filed under: Filosofia — czz56 @ 18:13
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Foto che ho realizzato e che riguardano fatti storici:

  • L’Ebreo Errante ;

  • Il Batavo;

  • Il “Tempo”(leggendo  “Le Confessioni” di Sant’Agostino);

  • Barone Rosso.

Ebreo Errante 

Leggendario ebreo, di nome Buttadeo o Aasvero, condannato ad errare senza tregua sino alla fine del mondo, per avere schernito Gesù sulla via del Calvario continuando a ripetergli “Cammina…..cammina…..”.   Gesù, secondo la leggenda, gli rispose “Io cammino, ma altrettanto farai tu, finchè non tornerò”

Nata nel medioevo, tramandata oralmente e documentata a partire dal VII° secolo, la figura dell’Ebreo Errante ha assunto poi nelle letterature europee vari significati simbolici.

BATAVO MALEDETTO

Il riferimento è alla leggenda dell’Olandese Volante, nave capitanata da Hendrik Vanderdecker che nel 1680 fece vela da Amsterdam diretto a Batàvia, ora Giakarta, nelle Indie Olandesi. La nave, secondo la leggenda, fu investita durante la traversata da un terribile uragano tropicale, ma il capitano decise di procedere sfidando la paura del suo equipaggio e la volontà di Dio apparso sotto le sembianze di un angelo, giurando che avrebbe sfidato la sorte e doppiato il Capo di Buona Speranza. La nave, in preda alla furia del mare, fu presto sopraffatta, si spezzò in due tronconi e tutti i suoi occupanti morirono tra le onde. L’angelo, per punire la sua ribellione alla volontà di Dio che tanti lutti aveva causato, lo condannò a reggere in eterno il timone di un vascello fantasma in balìa delle tempeste.

Il “Tempo”

“Che cosa è il tempo? Se nessuno me lo chiede, lo so; se dovessi spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so: eppure posso affermare con sicurezza di sapere che se nulla passasse, non esisterebbe un passato; se nulla sopraggiungesse, non vi sarebbe un futuro: se nulla esistesse, non vi sarebbe un passato”.   

– Sant’Agostino  “Le Confessioni”-

Barone rosso

….Il barone Manfred Albrecht (Freiherr) von Richthofen (Breslau, Slesia, odierna Wroclaw, Polonia, 2 maggio 1892 – Vaux-sur-Somme, Francia, 21 aprile 1918), fu un pilota da caccia tedesco che viene ricordato come un asso dell’aviazione: più precisamente, come l’ asso degli assi. È una delle principali figure della prima guerra mondiale e l’appellativo che lo ha consegnato alla leggenda è quello di Barone rosso. Figlio di un ufficiale di carriera, Manfred impara a sparare e a cacciare fin da giovanissimo. Nelle sue tenute in Silesia (oggi Polonia) il giovane Manfred va a caccia con i fratelli Lothar (anche lui diventerà un asso e combatterà fianco a fianco del fratello nei cieli di Francia) e Bolko di maiali selvatici, cervi ed alci. Già da bambino, insomma, uccide e colleziona trofei. A undici anni entra nella scuola militare e a nel 1911, seguendo le orme del padre, nel reggimento degli Ulani (lancieri a cavallo).Viene mandato a combattere sul fronte orientale, dove però il suo reggimento non viene mai utilizzato in battaglia, e quindi trasferito su quello Occidentale, ma anche qui la cavalleria resta inutilizzata nelle retrovie. Esasperato dall’inattività chiede di essere assegnato alle unità di volo e, nel maggio del 1915 la sua richiesta viene accolta. Quello che poi diverrà il Barone Rosso comincia la sua carriera aeronautica come osservatore, e quasi subito viene inviato nuovamente sul fronte russo. Sempre come osservatore volò col ten. Zeumer e con il Conte Holck per tutta l’estate, senza mai scontrarsi col nemico sino al 1° settembre, quando finalmente trova il suo “battesimo del fuoco” abbattendo un Farman inglese. L’aereo, però, cade dietro le linee nemiche, e la “preda” non gli viene  ufficialmente assegnata. Trasferito nuovamente in Francia continua a fare l’osservatore sino ad ottobre quando incontra il giovane tenente Oswald Boelcke, che insieme a Max Immelmann stava “inventando” l’aviazione da caccia. Richtofen chiede di poter diventare anche lui pilota di caccia, e viene accontentato. Dopo 25 ore di addestramento finalmente esegue il suo primo volo da solista. Non è un gran ché, e all’atterraggio distrugge completamente il suo aereo. Fu respinto al primo esame per il conseguimento del brevetto che finalmente ottenne, superando un secondo esame, nel dicembre. Finalmente, siamo nell’aprile del 1916, gli viene assegnato il suo primo Fokker Eindecker. Von Richtofen lo sfascia, questa volta in decollo. Riprende a volare con un Albatros D11 biposto da ricognizione, sul quale monta una mitragliatrice aggiuntiva sull’ala superiore. Il 26 aprile abbatte quella che dovrebbe essere considerata la sua prima vittima, ma anche questa volta l’aereo nemico cade dietro le linee e la vittoria non gli viene assegnata. Nel giugno viene nuovamente mandato sul fronte russo per eseguire missioni di bombardamento. Il 17 settembre 1916, durante la prima missione dello “Jasta 2”, il Barone Manfred Von Richtofen abbatte la sua prima vittima ufficialmente riconosciuta, un F.E.2 inglese. Per tutto il mese successivo lo Jasta 2 fa carneficina di piloti ed aerei alleati. Il 23 novembre, in un epico scontro, abbatte il miglior pilota inglese, il maggiore Lanoe Hawker.  E’ la sua undicesima vittoria. Il 4 gennaio 1917, abbattuto il suo sedicesimo aereo e ottiene la promozione a capitano e gli viene assegnato il comando dello “Jagdstaffel 11”. Il 6 gennaio ottiene la Blue Max, la più alta onorificenza tedesca. Richtofen e gli altri piloti dello “Jasta 11” dipingono i loro aerei con colori sgargianti, in modo da essere ben individuabili. L’aereo di Richtofen è rosso sangue, e ben presto i francesi imparano a riconoscerlo come “il diavolo rosso”…

 

Analisi del 2014 9 gennaio 2015

Filed under: Filosofia — czz56 @ 12:50

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2014 per questo blog.

Ecco un estratto:

Una metropolitana a New York trasporta 1 200 persone. Questo blog è stato visto circa 4.300 volte nel 2014. Se fosse una metropolitana di New York, ci vorrebbero circa 4 viaggi per trasportare altrettante persone.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

 

 
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