Nino

Ah … il tempo mio nemico e strano …

GIORGIO GABER 26 aprile 2015

Filed under: Filosofia — czz56 @ 22:56
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OMAGGIO A GIORGIO GABER

Il primo periodo del Teatro-canzone vede un Gaber in linea di massima entusiasta dei movimenti e delle istanze di rivoluzione che caratterizzano quegli anni. Il primissimo approccio al palcoscenico, lo spettacolo Il signor G, sebbene non abbia contenuti esplicitamente politici, già annuncia i temi fondamentali che caratterizzeranno l’intero lavoro del cantattore: il bisogno di individuare una coscienza collettiva che soddisfi in pieno le istanze individuali, la critica ai luoghi comuni e agli aspetti più vergognosi e censurati di quegli anni ecc. In Dialogo tra un impegnato e un non so, Gaber prosegue il proprio discorso, affrontando in maniera originale ed emozionante argomenti quali la disumanizzazione dell’individuo nel mondo capitalizzato (L’ingranaggio, Il pelo) e la presa di distanza da moralisti e intellettuali. In Far finta di essere sani, infine, nonostante si sottolinei una certa incapacità di far collimare i propri ideali con il vivere quotidiano, è il forte slancio utopistico, che ha il suo culmine nella bellissima Chiedo scusa se parlo di Maria a dominare la scena. È questo lo spettacolo che conclude il periodo più “ottimista” della discografia teatrale di Gaber. Da qui in avanti, infatti, il cantattore prenderà gradualmente le distanze da un movimento ormai incapace di aggregare gli individui se non cedendo al processo di massificazione.

https://www.youtube.com/watch?v=emoFu3iejiQ

1974-1982

È questo forse il periodo più critico e di rottura dell’intera produzione gaberiana. Da qui in avanti sarà difficile, per i movimenti di sinistra, quelli cioè che si erano fatti portavoce delle istanze rivoluzionarie di quegli anni, monopolizzare il personaggio Giorgio Gaber.

Anche per oggi non si vola è il primo spettacolo ad insinuare il dubbio che il bisogno di cambiamento avvertito in quegli anni si stia dissolvendo in una sorta di moda o di atteggiamento di comodo. Pezzi come Il coniglio, Angeleri Giuseppe, L’Analisi, La realtà è un uccello, smascherano con pungente ironia l’incapacità di proporre nel quotidiano dei veri e propri cambiamenti.

Libertà obbligatoria mette invece in maggiore rilievo il progressivo spegnersi ed allontanarsi del movimento nato dal 1968, attraverso canzoni indimenticabili come I reduci, Il delirio, Le elezioni e simpatici siparietti come Si può.

Polli d’allevamento è il recital della vera e propria svolta: in un vortice di critiche crescenti che hanno il loro culmine in La festa e Quando è moda è moda, le mezze misure vengono abbandonate per lasciare posto all’assoluto distacco da tutto ciò che è stato, come se si sentisse il bisogno di isolarsi da una società in caduta libera per recuperare frammenti di individualità, di vera rivoluzione. Tale spettacolo scatenerà una grande ondata di sdegno da parte di quelle aree del mondo politico che avevano sempre tentato di tenere sotto controllo l’uragano mediatico scatenato dal Teatro-canzone.

Anni affollati, forse il capolavoro di Giorgio Gaber, è un recital più coinciso e colto, ma non per questo meno tagliente. Già dal pezzo di apertura, Anni affollati, appunto, si riesce a percepire il distacco che ormai si è creato fra il fervore degli anni Settanta e l’attuale condizione sociale. Quasi tutti i monologhi prendono spunto da particolari estremamente divertenti ed irriverenti (La masturbazione, L’anarchico) per giungere a conclusioni terribili e disperate (Il porcellino). Ed infine, quando l’insostenibile peso dell’ipocrisia pare aver fatto traboccare il vaso, tutto l’astio verso le idiozie e le bassezze del mondo viene riversato nella spietata ed apocalittica invettiva di Io se fossi Dio, canzone in cui tutto viene rimesso in discussione, e nella quale Gaber trova addirittura il coraggio di attaccare ancora una volta Aldo Moro, leader democristiano assassinato dalle Brigate Rosse nel 1978.

Con Io se fossi Dio, Gaber si consacra definitivamente come libero pensatore, in lotta con qualsiasi parte politica. La canzone è uno sfogo che incarna alla perfezione i disagi di molti italiani, disillusi ma arrabbiati, ed esplica la sfiducia nei confronti dell’uomo che Gaber, sui modelli letterari di Louis-Ferdinand Céline e Giacomo Leopardi, applica al teatro canzone. Questo gusto per le invettive intelligenti e dissacranti non lo abbandonerà più, consegnando al pubblico canzoni come “Io non mi sento italiano” o “Il potere dei più buoni”.

Acuto osservatore del costume, autore mai banale e sempre originale, con una visione particolarmente orientata verso temi sociali, Gaber è stato capace di combinare l’ironia con la melodia: ha sempre subito reiterati (ma vani) tentativi di etichettatura politica, ma lo sguardo di Gaber sulla società, sul costume e sulla politica, ha sempre mostrato un profondo spirito critico, capace di colpire amaramente ogni ideologia.

Da tempo malato, si spense nel giorno di Capodanno del 2003 nella sua casa di campagna a Montemagno, località in provincia di Lucca..

(… WIKIPEDIA …)

https://www.youtube.com/watch?v=emoFu3iejiQ

 

MARE NOSTRO 21 aprile 2015

Filed under: Filosofia — czz56 @ 16:26
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Ieri sera, ospite a Piazzapulita su La7, Erri De Luca ha concluso la sua riflessione sull’ultima tragedia nel Canale di Sicilia recitando “Mare nostro”, splendida preghiera laica, accorato canto di dolore sulla vita, la morte, le speranze che il Mediterraneo accoglie e custodisce:

https://www.youtube.com/watch?v=fcF0LCBSMIE

Mare nostro che non sei nei cieli
e abbracci i confini dell’isola e del mondo,
sia benedetto il tuo sale,
sia benedetto il tuo fondale.
Accogli le gremite imbarcazioni
senza una strada sopra le tue onde,
i pescatori usciti nella notte,
le loro reti tra le tue creature,
che tornano al mattino con la pesca
dei naufraghi salvati.

Mare nostro che non sei nei cieli,
all’alba sei colore del frumento,
al tramonto dell’uva di vendemmia,
ti abbiamo seminato di annegati
più di qualunque età delle tempeste.

Mare nostro che non sei nei cieli,
tu sei più giusto della terraferma,
pure quando sollevi onde a muraglia
poi le abbassi a tappeto.
Custodisci le vite, le visite cadute
come foglie sul viale,
fai da autunno per loro,
da carezza, da abbraccio e bacio in fronte
di madre e padre prima di partire.

https://www.youtube.com/watch?v=fcF0LCBSMIE

 

TRA STORIA E VANGELO 9 aprile 2015

Filed under: Filosofia — czz56 @ 16:25
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TRA STORIA E VANGELO

L’uovo e il suo significato simbolico

Quale è il vero significato dell’uovo di Pasqua?


Nell’iconografia cristiana, l’uovo è il simbolo della Resurrezione, il suo guscio rappresenta la tomba dalla quale esce un essere vivente. Secondo il paganesimo, invece, l’uovo è simbolo di fertilità:dell’eterno ritorno della vita. Dipingere e decorare le uova durante il periodo pasquale risale a quest’ultimo periodo: donarne uno colorato era sinonimo di auguri e buoni auspici. L’uovo rappresenta la Pasqua nel mondo intero e come simbolo ha subito ogni genere di manipolazione estetica: è stato dipinto, intagliato, ricoperto; la sua forma è stata riprodotta con elementi diversi: da quelli commestibili come il cioccolato e lo zucchero, a quelli più duraturi come la terracotta o la carta pesta. Ma mentre le uova di cartone o di cioccolato sono di origine recente, quelle vere, colorate o dorate hanno un’origine che pesca nel lontano passato. Le uova, infatti, forse anche per la loro forma e sostanza molto particolare, hanno sempre rivestito un ruolo unico, quello del simbolo della vita in sé, ma anche del mistero, quasi della sacralità. Già al tempo del paganesimo in alcune credenze il Cielo e la terra erano ritenuti due metà dello stesso uovo, e le uova erano il simbolo del ritorno della vita. Gli uccelli infatti si preparavano il nido d’amore e lo riempivano di uova: a quel punto tutti sapevano che l’inverno ed il freddo erano ormai passati. I Greci, i Cinesi ed i Persiani se li scambiavano come dono per le feste Primaverili, così come nell’antico Egitto le uova decorate erano scambiate all’equinozio di primavera, data di inizio del “nuovo anno”, quando ancora l’anno si basava sulle le stagioni. L’uovo era visto come simbolo di fertilità e quasi magia, a causa dell’allora inspiegabile nascita di un essere vivente da un oggetto così particolare. E le uova venivano pertanto considerate oggetti dai poteri speciali, ed erano interrate sotto le fondamenta degli edifici per tenere lontano il male, portate in grembo dalle donne in stato interessante per scoprire il sesso del nascituro e le spose vi passavano sopra prima di entrare nella loro nuova casa. Le uova, associate alla primavera per secoli, con l’avvento del Cristianesimo divennero simbolo della rinascita non della natura ma dell’uomo stesso, della resurrezione del Cristo: come un pulcino esce dell’uovo, oggetto a prima vista inerte, Cristo uscì vivo dalla sua tomba. Nella simbologia, le uova colorate con colori brillanti rappresentano i colori della primavera e la luce del sole. Quelle colorate di rosso scuro sono invece simbolo del sangue del Cristo. Anche nel Medioevo le uova venivano donate, insieme ad altri oggetti, a bambini e servitù per festeggiare il giorno della Resurrezione. L’usanza di donare uova decorate con elementi preziosi va molto indietro nel tempo e già nei libri contabili di Edoardo I di Inghilterra risulta segnata una spesa di 18p. per 450 uova rivestite d’oro e decorate da donare come regalo di Pasqua. Ma le uova più famose furono indubbiamente quelle di un maestro orafo, Peter Carl Fabergè, che nel 1883 ricevette dallo zar Alessandro, la commissione per la creazione di un dono speciale per la zarina Maria.  Il primo Fabergé fu un uovo di platino smaltato bianco che si apriva per rivelare un uovo d’oro che a sua volta conteneva un piccolo pulcino d’oro ed una miniatura della corona imperiale. Gli zar ne furono così entusiasti che ordinarono a Fabergé di preparare tutta una serie di uova da donare tutti gli anni. E la tradizione continuò anche con lo zar Nicola II, figlio di Alessandro, fino ad un totale di 57 uova. 

Significato e tradizioni dell’uovo pasquale 

L’uovo è da sempre il simbolo della vita. Già i filosofi egiziani vedevano in esso il fulcro dei quattro elementi dell’universo. Gli israeliti avevano la consuetudine di portarlo in dono agli amici o lo regalavano a chi festeggiava il compleanno. Gli antichi romani usavano dire: “Omne vivum ex ovo”. Per i cristiani acquista anche una simbologia particolare: l’uovo non solo è vita, ma rappresenta la rinascita della vita dopo la morte. Si narra che Maria Maddalena si presentò all’imperatore Tiberio per regalargli un uovo dal guscio rosso, testimonianza della Resurrezione di Gesù e che Maria, Madre del Cristo, portò in omaggio a Ponzio Pilato un cesto dorato pieno di uova per implorare la liberazione di Suo Figlio. Pilato disse che ormai non c’era nulla da fare e Lei per il dolore lasciò cadere il canestro con tutte le uova che si dispersero rotolando in ogni angolo della Terra. Oggi ritroviamo in molte tradizioni l’uso delle uova per celebrare la ricorrenza pasquale; i popoli slavi dipingono le uova (a volte avvengono delle vere e proprie gare di abilità) per donarle come simbolo di buon auspicio, amore e fertilità e le case vengono addobbate con uova colorate. In Germania per Pasqua si nascondono uova colorate nel giardino o all’interno dell’abitazione e si invitano i bimbi a cercarle, affermando che sono state lasciate dai leprotti.


Anche in alcune regioni della Francia si nascondono nei giardini le uova dipinte e si narra ai bambini che sono state lasciate dalle campane che la notte del Venerdì Santo hanno volato fino a Roma per prenderle. È per questo che nessuno le sente suonare durante la notte della Passione. Nei Paesi Scandinavi è tradizione compiere anche dei giochi con le uova sode. I più noti sono: far rotolare le uova da un dosso e vince chi ha lasciato quello che arriva più lontano con il guscio integro; un altro segno di abilità è tenere un uovo lesso in mano e cercare di rompere quello tenuto dall’avversario. Le uova assumono anche altre valenze in queste nazioni del nord. Andare in chiesa con in tasca un uovo nato il Giovedì Santo aiuta a smascherare le streghe! 

Un uovo lasciato in ciascuno dei quattro angoli del campo, nei solchi arati, aiuta invece ad avere un abbondante raccolto. Gli ortodossi celebrano la ricorrenza dei morti il venerdì successivo al giorno di Pasqua. In tale occasione qualcuno ancora colora le uova di rosso e le mette sopra le tombe, come augurio di felice vita ultraterrena per i loro cari che sono sepolti. Questa tradizione è legata ad una leggenda che narra di Maria: costei era abituata a far divertire Gesù Bambino con delle uova colorate. Il giorno di Pasqua, tornata sul sepolcro, lo trova aperto e sul ciglio scorge delle uova rosse.

dienneti

 

Pasqua ortodossa

Filed under: Filosofia — czz56 @ 16:19
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Pasqua ortodossa

L’ortodossia è una delle tre maggiori branche del cristianesimo insieme alla cattolica e alla protestante. La fede ortodossa presuppone la piena adesione al messaggio evangelico originario di Gesù Cristo trasmesso dagli apostoli, senza mediazioni. Anche per i credenti ortodossi la Pasqua è la più importante festa dell’anno, si celebra la prima domenica dopo la prima luna dall’equinozio di primavera (una settimana dopo quella cristiana), secondo un calcolo compiuto sul calendario giuliano. Nel periodo della Settimana Santa la Chiesa Ortodossa celebra lunghe liturgie commemorando la passione e la morte di Cristo. Il Venerdì Santo una processione di fedeli accompagna il Crocifisso nelle calli adiacenti la chiesa. Durante la messa di mezzanotte il Pope, toglie simbolicamente il sudario dal sepolcro ed esce dalla chiesa con il corteo sacerdotale alla ricerca del corpo di Cristo e dopo avere compiuto un percorso prestabilito annuncia ai fedeli la resurrezione con la formula: “Christos voskrès!” (Cristo è Risorto!). E i fedeli rispondono con “Voistinu voskres” (‘Veramente è risorto’). E’ usanza ballare e cantare vicino alla chiesa dopo la celebrazione della domenica santa. La mattina del giorno di Pasqua le famiglie si recano sulla tomba di un parente, dove viene consumato il pranzo.

Usanze della festività pasquale.

In moldavo “Buona Pasqua” si dice “Cristos a inviat” e tutti rispondono “Cu adevarat a inviat” e in chiesa il prete lo ripete 3 volte e tre volte i fedeli rispondono, poi per una settimana circa, non si saluta con buon giorno, ma con “Cristos a inviat” e si risponde “Cu adevarat a inviat”. Al lunedi si saluta dicendo, per un giorno solo “Cristos s-o inaltat” e si risponde “Cu adevarat s-o inaltat”. INALTAT, (in italiano per una pronuncia migliore INALZZAT) vuol dire che e salito nel cielo. In chiesa ci si reca dalla mezzanotte alle sei di mattino. In casa si aspetta al mattino fin quando non torna la persona che era andata in chiesa per benedire il cesto con la PASCA, un pane con una croce centrale e con un ripieno di ricotta. Ci si lava il viso strofinando l’uovo colorato in faccia, come auspicio di salute, e si lasciano nel secchio alcune monetine. Per questo rituale si parte dal più grande della famiglia al più piccino, che ritira le monetine. Poi si può fare la colazione, ma non prima di aver messo in bocca un bocconcino di PASCA benedetta.

 

PASQUETTA 3 aprile 2015

Filed under: Filosofia — czz56 @ 14:29
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PASQUETTA

Il lunedì dell’Angelo (detto anche lunedì di Pasqua oppure Pasquetta) è il giorno dopo la Pasqua. Prende il nome dal fatto che in questo giorno si ricorda l’incontro dell’angelo con le donne giunte al sepolcro. Popolarmente si usa maggiormente il termine Pasquetta.

Il Vangelo racconta che Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo e Giuseppe, e Salome andarono al sepolcro, dove Gesù era stato sepolto, con degli olii aromatici per imbalsamare il corpo di Gesù. Vi trovarono il grande masso che chiudeva l’accesso alla tomba spostato; le tre donne erano smarrite e preoccupate e cercavano di capire cosa fosse successo, quando apparve loro un angelo che disse: “Non abbiate paura, voi! So che cercate Gesù il crocifisso. Non è qui! È risorto come aveva detto; venite a vedere il luogo dove era deposto”. E aggiunse: “Ora andate ad annunciare questa notizia agli Apostoli”, e si precipitarono a raccontare l’accaduto agli altri.

Il lunedì dell’Angelo è giorno dell’ottava di Pasqua, ma non è giorno di precetto per i cattolici, cosa che comporterebbe l’obbligo di partecipare alla santa messa.

Civilmente il lunedì di Pasqua è un giorno festivo, introdotto dallo Stato italiano nel dopoguerra, e che è stato creato per allungare la festa della Pasqua, così come è avvenuto per il 26 dicembre, indomani di Natale o il Lunedí di Pentecoste (giorno festivo in Alto Adige e in quasi tutt´Europa.)

Il lunedì dell’Angelo, in Italia, è un giorno di festa che generalmente si trascorre insieme a parenti o amici con una tradizionale gita o scampagnata, pic-nic sull’erba e attività all’aperto. Una interpretazione di questa tradizione potrebbe essere che si voglia ricordare i discepoli diretti ad Emmaus (città della Palestina situata 11 chilometri a nord-ovest di Gerusalemme – celebre per la prima apparizione di Gesù ai discepoli).


Infatti, lo stesso giorno della Resurrezione, Gesù appare a due discepoli in cammino verso Emmaus a pochi chilometri da Gerusalemme: per ricordare quel viaggio dei due discepoli si trascorrerebbe, dunque, il giorno di Pasquetta facendo una passeggiata o una scampagnata “fuori le mura” o “fuori porta”.

 
…wikipedia…

 

PERCHE’ LA DATA DELLA PASQUA CAMBIA OGNI ANNO?

Filed under: Filosofia — czz56 @ 14:24
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PERCHE’ LA DATA DELLA PASQUA

CAMBIA OGNI ANNO?

Il primo Concilio di Nicea (anno 325) stabilì che la solennità della Pasqua di Resurrezione sarebbe stata celebrata nella domenica seguente il primo plenilunio (quattordicesimo giorno della luna ecclesiastica) che viene dopo l’equinozio di primavera. In quell’occasione (o, più probabilmente, nei decenni successivi) la data ufficiale dell’equinozio fu spostata dal 25 marzo al 21 marzo, poiché, a causa delle imprecisioni del calendario giuliano, si erano accumulati a quell’epoca quasi quattro giorni di ritardo rispetto al tempo di Giulio Cesare. (Va comunque detto che, per varie ragioni, la data astronomica esatta dell’equinozio varia da un anno all’altro e nel corso dei secoli). Per questo la data di Pasqua è compresa tra il 22 marzo e il 25 aprile (inclusi). Infatti, se proprio il 21 marzo è di luna piena, e questo giorno è sabato, sarà Pasqua il giorno dopo (22 marzo); se invece è domenica, il giorno di Pasqua sarà la domenica successiva (28 marzo). D’altro canto, se il plenilunio succede il 20 marzo, quello successivo si verificherà il 18 aprile, e se questo giorno fosse per caso una domenica occorrerebbe aspettare la domenica successiva, cioè il 25 aprile. La questione sul metodo di calcolo della data di Pasqua fu molto dibattuta all’interno della Chiesa, soprattutto prima, ma anche dopo il Concilio di Nicea. Parecchie chiese ortodosse utilizzano il calendario giuliano, anziché il gregoriano, per il calcolo del giorno di Pasqua, che in tal modo viene celebrato in un giorno generalmente diverso rispetto a quello della Chiesa cattolica e delle chiese protestanti. E’ in corso un tentativo da parte della Chiesa cattolica, delle chiese ortodosse e di quelle protestanti di stabilire una data di Pasqua che sia la stessa sia per le chiese occidentali, sia per quelle orientali. Ciò sarebbe possibile se, anziché ricorrere ad algoritmi e ad una data dell’equinozio fissata a priori (21 marzo), si procedesse a eseguire i calcoli sulla base del momento esatto degli eventi astronomici (equinozio e pleniluni).

Buona Pasqua a tutti.

 

Quali sono le origini del pesce d’Aprile?

Filed under: Filosofia — czz56 @ 14:21
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Quali sono le origini del pesce d’Aprile?

Le origini del tradizionale Pesce d’aprile, ricorrenza che si tramanda da secoli in molti paesi del mondo, sono incerte e sono numerose le ipotesi. Non si conosce esattamente il periodo in cui ebbe inizio, né per opera di chi. Gli studiosi di tradizioni popolari forniscono diverse versioni – basate più su congetture teoriche che su dati antropologicamente provati – che avvolgono la nascita di questa tradizione in un alone di mistero. Si dice, per esempio, che il primo Pesce d’aprile sia stato ordito in Egitto, intorno al 40 a.C., addirittura da Cleopatra, quando sfidò l’amante Marco Antonio a una gara di pesca. Lui tentò di fare il furbo, incaricando un servo di attaccare all’amo una grossa preda che lo avrebbe fatto vincere. Ma Cleopatra, scoperto il piano, diede ordine di far abboccare un grosso finto pesce in pelle di coccodrillo. L’ipotesi più accreditata negli ambienti accademici fa risalire l’origine del pesce d’aprile ad un periodo antecedente al 154 a.C., quando il primo di aprile segnava l’inizio dell’anno. Più tardi, la Chiesa soppresse la festa stabilendo l’inizio dell’anno il primo di gennaio. La vecchia tradizione continuò comunque a sopravvivere tra i pagani che per questo venivano derisi e scherniti. Più in generale vi è chi sostiene che l’usanza derivi semplicemente dalle prime pesche primaverili, agli inizi di aprile appunto, quando era frequente che i pescatori ancora non trovassero pesci sui fondali e, tornando in porto a mani vuote, suscitassero l’ilarità dei compaesani. Una diversa teoria si rifà invece alla riforma gregoriana del calendario. Fino al 1582, infatti, il Capodanno veniva festeggiato tra il 25 marzo e il primo aprile. A seguito della riforma da parte di Gregorio XIII, il capodanno fu spostato al primo gennaio. Non tutti però si abituarono subito al cambiamento e questi vennero chiamati gli “sciocchi d’aprile”. Un’altra ipotesi, abbastanza diffusa, si rifà invece al rito pagano, legato all’antico calendario giuliano, quando il primo di aprile segnava l’inizio del solstizio di primavera. Terminato l’inverno, l’avvento della stagione primaverile segnava il rinnovamento della terra e della vita. In questa occasione, tra il 25 di marzo e il primo di aprile, si usava propiziare gli dèi offrendo doni e facendo sacrifici in loro onore. La festa era anche occasione per esprimersi in massima libertà con lazzi, burle e buffonerie. Quali che siano le origini di questa tradizione burlesca, indubbio è il fatto che ogni si assiste a una vera e propria gara alla ricerca dello scherzo più fantasioso e meglio riuscito.

 

 
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