Nino

Ah … il tempo mio nemico e strano …

EPICURO 30 giugno 2015

Filed under: Filosofia — czz56 @ 10:20
Tags: , , ,

EPICURO

Su di Epicuro abbiamo pochissime testimonianze scritte dirette, ma molte testimonianze indirette, basta pensare nel mondo latino a Lucrezio e al suo poema De Rerum Natura. Si stabilì ad Atene dove acquistò una casa con il celebre “Giardino di Epicureo”, dove visse e insegnò aprendo le porte a tutti, dotti e ignoranti, uomini e donne, liberi e schiavi, in una comunità di vita basata sulla ricerca della felicità. Le malattie dell’uomo – Tetrafarmaco nella filosofia epicurea: Secondo Epicuro le malattie fondamentali dell’uomo sono le paure, quindi bisogna trovare un farmaco per curare le paure della morte, degli dei, del dolore, della sofferenza e raggiungere la felicità e queste malattie vengono curate con la teoria del tetrafarmaco, che comprende quattro verità da tenere sempre presenti in quanto capaci di allontanare le principali paure cui l’uomo è sempre stato soggetto:

  1. gli dei non sono da temere in quanto per loro natura non si interessano delle vicende umane;
  2. non si deve temere la morte poiché quando c’è lei non ci siamo noi;
  3. il bene è facile da procurarsi;
  4. il male è facile a tollerarsi poiché il dolore è una condizione provvisoria e di breve durata.

L’etica del piacere: Tutta la riflessione metafisica e gnoseologica di Epicuro ha come centro l’etica che consiste nella ricerca del piacere. Il piacere da ricercare e da raggiungere è essenzialmente assenza di dolore (aponia) e assenza di turbamento (atarassia). Il piacere è per Epicuro il fine cui tende naturalmente l’uomo. I piaceri possono essere:

  • naturali
  • non naturali
  • necessari
  • non necessari 

Si devono evitare quelli non naturali e, tra quelli naturali, vanno cercati solo quelli necessari: questi infatti sono catastematici, cioè stabili e tranquilli, senza dolore ne turbamento. Nel piacere catastematico consiste, quindi, la felicità. Autosufficienza e amicizia: Il saggio disciplina i desideri e i bisogni seguendo la natura:

  • non è quindi in balìa di desideri e aspirazioni che possono turbarlo;
  • non si affida alla fortuna, ma ripone in se stesso e non in altro la causa degli avvenimenti che lo riguardano.

Il saggio afferma, in entrambi i modi, la propria libertà dimostrando di essere padrone di se stesso e di bastare a se stesso. Ciò non vuol dire che il saggio debba vivere isolato, sdegnando ogni rapporto con gli altri uomini. Solo nelle loro piccole comunità filosofiche i saggi possono realizzare e coltivare amicizia, che costituisce il vero, autentico legame umano, che è insieme, condivisione di studio e riflessione, ma anche concordia, aiuto e reciproco sostegno. Epicuro suggerisce il distacco dalla vita politica, perché portatrice di affanni, consiglia infatti a tal proposito il “vivi nascosto”, ma non il rifiuto della società e dello Stato. Di una società e di uno stato, infatti, l’uomo ha bisogno anche se non è affatto un “animale politico”. Lo stato nasce solo sulla base dell’utile reciproco, quindi per la necessità di porre fine all’insicurezza e al bisogno in cui gli individui si trovavano prima. Quanto al saggio, solo se lo Stato riesce a garantire la pace e l’ordine politico e sociale egli può realizzare in tranquillità il modello di vita che la dottrina epicurea propone. Atomismo e sensismo: Alla riflessione e alle ricerca morale sono subordinate le altre due componenti della filosofia di Epicuro:

  • una fisica che riprende e sviluppa l’atomismo di Democrito;
  • una teoria della conoscenza fondata sulla sensibilità.

Atomismo e il clinamen: L’atomismo meglio di altre concezioni del mondo aiuta a vivere liberi dalle paure degli dei e dell’aldilà.  Epicuro si oppone quindi alla metafisica platonica e aristotelica, di cui respinge in particolare tre assunti:

  • l’esistenza di una realtà soprasensibile (tutto è costituito da atomi = tutto è materia);
  • la svalutazione della materia;
  • la concezione finalistica, cioè l’idea che la natura sia regolata da un ordine provvidenziale (sostituita dalle teoria delle cliname).

Per Epicuro, tutto è atomo e composto di atomi. “Nulla nasce dal nulla”, quindi l’universo è sempre stato. Gli atomi sono indivisibili e si muovono nel vuoto, essi non potrebbero muoversi se il vuoto non esistesse; ma, poiché il movimento esiste, deve esistere anche il vuoto, inteso come spazio di movimento degli atomi e non come “nulla”. Infiniti mondi incessantemente si formano, mediante aggregazioni atomiche, e successivamente si scompongono.  E poiché anche il cielo e gli astri sono composti di atomi, è del tutto errato pensare (come aveva fatto Aristotele) che il mondo celeste sia totalmente diverso da quello terrestre e che abbia natura divina. Epicuro corregge la teoria di Democrito su due punti:

  • gli atomi sono caratterizzati dal peso: è il peso a determinare il loro moto verso il basso
  • le aggregazioni atomiche si possono realizzare solo grazie a una devinazione casuale degli atomi detta clinamen, cioè a una deviazione degli atomi rispetto al loro moto rettilineo, che produce gli urti tra gli atomi stessi e poi la loro aggregazione

Il primato della sensibilità: Anche la teoria della conoscenza, e cioè la ricerca del canone, insieme delle regole per una buona conoscenza, conferma la possibilità di liberare l’uomo dalle paure, liberandolo anzitutto dalle conoscenze infondate e dalle false opinioni. Per Epicuro la conoscenza è basata sui sensi. Egli sostiene (al contrario di Socrate, Platone e Aristotele) il primato del senso sull’intelletto: le sensazioni rispecchiano la realtà, se sono la rappresentazione evidente e sono quindi di per sé vere. Nemmeno il ragionamento può confutarle, poiché dipende esso stesso dalle sensazioni. In seguito a ripetute sensazioni, e cioè attraverso la memoria di ciò che più volte è percepito, si determina a noi lo “schema generale” di una determinata realtà, una anticipazione (prolessi). Tale schema permette all’individuo di anticipare i caratteri di quella realtà senza che essa sia direttamente percepita. Tali anticipazioni sono, pertanto, alla base di ogni attività razionale e del linguaggio. Epicuro, infine, ritiene che anche i sentimenti costituiscano un criterio di verità. In particolare, i sentimenti di piacere e dolore ci permettono di capire quali cose siano da cercare, in quanto portatrici di piacere, e quali da evitare. (…skola.net…)  

 

MODEST MUSSORGSKIJ 28 giugno 2015

Filed under: Filosofia — czz56 @ 20:39
Tags: ,

MODEST MUSSORGSKIJ

Ho avuto l’occasione di assistere in due luoghi diversi a concerti di M. Mussorgskij (uno per organo e l’altro per pianoforte) eseguiti da due giovani artisti reggini su “Quadri di un’esposizione” – e pensavo alle mie fotografie … chissà …, forse …, un giorno …, ma senza fare la fine …

del pittore e architetto russo Victor Alexandrovich Hartmann …

MODEST MUSSORGSKIJ

Nacque a Karevo nel 1839, figlio di un ricco proprietario terriero, venne avviato alla carriera militare, anche se continuò parallelamente a studiare pianoforte con Anton Herke, il più famoso insegnante di Pietroburgo, fino a dedicarsi completamente alla musica nel 1856. Nel 1861, con l’abolizione della servitù della gleba, i suoi introiti diminuirono notevolmente ed egli dovette abbandonare la vita di città, troppo dispendiosa, per ritirarsi in campagna. Il contatto con i canti e le danze popolari della sua terra fu determinante per lo sviluppo della sua opera creatrice. Nel 1863, per far fronte a nuove difficoltà economiche dovette accettare un impiego presso un ufficio governativo. Dopo la morte della madre, con la quale aveva un rapporto privilegiato, cominciò la sua tendenza all’alcolismo. Dal 1867, lasciato l’impiego, si dedicò completamente al lavoro creativo, di compositore e concertista, ma il vizio del bere lo portò a un rapido declino fino al ricovero in ospedale e alla morte avvenuta nel 1881. La musica di Mussorgskij fu molto in anticipo sul suo tempo, sia sul piano ritmico che quello armonico, e nei fraseggi vocali e strumentali troviamo la tendenza a riprodurre in modo realistico le inflessioni del parlare quotidiano della lingua russa. Tra le sue composizioni ricordiamo l’opera lirica “Boris Godunov”, il brano sinfonico “Una notte sul Monte Calvo”, la Suite per pianoforte “Quadri di un’esposizione”, mirabilmente orchestrata in seguito da Ravel. Nel 1874 fu allestita a Mosca una mostra dedicata ai lavori del pittore e architetto russo Victor Alexandrovich Hartmann, che era morto improvvisamente l’anno precedente a soli 39 anni; Hartmann e Mussorgskij erano stati molto amici, poiché entrambi avevano militato nel gruppo di artisti che aspiravano a un’espressione legata alle radici etniche della Russia, al suo folklore e alle sue tradizioni, rifiutando ogni influenza straniera. Visitando la mostra e osservando quei dipinti, Mussorgskij restò affascinato dalla forza espressiva che ne trapelava e decise di tradurre in musica le sensazioni provate: compose quindi una Suite per pianoforte dal titolo “Quadri di un’esposizione”, che venne pubblicata postuma. La fortuna dell’opera si deve in maggior parte alla mirabile versione orchestrale che Maurice Ravel compose e fece eseguire nel 1929. La composizione si presenta come una Suite articolata in dieci brani, ognuno ispirato a un diverso quadro; i brani sono introdotti e inframmezzati da una Promenade (passeggiata) che intende raffigurare il visitatore che si sposta da un quadro a un altro. Il tema della Promenade si ripete varie volte e contribuisce a dare alla composizione carattere unitario, pur cambiando di volta in volta colore e significato, per comunicare o preannunciare i diversi sentimenti di Mussorgskij di fronte ai quadri.

https://www.youtube.com/watch?v=ftaI-UOWXxw

https://www.youtube.com/watch?v=BjewDLTI66U

 

Pravda 27 giugno 2015

Filed under: Filosofia — czz56 @ 23:21
Tags:

Pravda

La Pravda (Пра́вда, in italiano “Verità”) è stato il giornale organo di stampa del Partito Comunista dell’Unione Sovietica.

La prima Pravda fu fondata da Lev Trockij ed era un giornale di impostazione socialdemocratica destinata agli operai russi; veniva pubblicata all’estero – il primo numero a Vienna, il 3 ottobre del 1908 – per sfuggire alla censura della Russia zarista.

Fallito nel 1910 il tentativo di ricomporre la scissione del Partito Operario Socialdemocratico Russo, divenne l’organo di stampa della fazione bolscevica nel 1912 che ne fece il principale mezzo di comunicazione del partito rivoluzionario socialista. Proprio attraverso la Pravda Lenin pubblicò, nell’aprile 1917, le celebri Tesi di Aprile, che determinarono una significativa svolta nel processo rivoluzionario sovietico.

Fino al 1991 la Pravda fu il giornale del partito comunista sovietico e in quanto tale voce ufficiale del governo sovietico. Raggiunse la massima notorietà nel mondo occidentale durante la Guerra fredda.

La Pravda viene pubblicata ancora oggi. Esistono e sono esistiti numerosi quotidiani più o meno famosi dal titolo simile, spesso dedicati – almeno in origine – ad un pubblico più specifico, ad esempio la Komsomolskaja Pravda, nato come giornale del Komsomol, movimento giovanile del partito comunista sovietico.

Il titolo è stato oggetto anche dell’ironia popolare, affiancato ad un altro giornale, le Izvestija (Известия, in italiano Notizie)

(RU)

”В Правде нет известий и в Известиях нет правды”

(IT)

”Nella Verità non ci sono notizie e nelle Notizie non c’è verità “

Le pubblicazioni vennero sospese il 14 marzo 1992 in seguito a decreto di Boris Eltsin; diversi componenti della redazione fondarono allora un quotidiano dallo stesso titolo, che è oggi una testata d’informazione formato tabloid. L’omonimo sito attualmente online non ha invece alcun rapporto con la vecchia “Pravda”.

Wikipedia

 

La trascendenza digitale dell’immagine fotografica 23 giugno 2015

La trascendenza digitale dell’immagine fotografica

Autore: Virginia Baradel, Storico e Critico d’arte
Fonte: dalla pubblicazione “Vapore d’acqua”

Tra le pieghe dello spirito del tempo si annida oggi un’ingrata sproporzione: diminuisce il lumen della filosofia e aumenta il faro dell’evidenza. Potremmo anche tentare un’equazione: come la fatica della filosofia sta alla fortuna della sociologia, così la selettività della fotografia sta all’esuberanza del digitale. Siamo arrivati ad un punto in cui l’eccesso di informazioni iconiche, cui siamo normalmente sottoposti, ha prodotto una specie di saturazione sensoriale, di indifferenza estetica: la capacità di discernimento e di giudizio pare sospesa, quando non annientata. Come in un racconto metafisico i guardiani che sorvegliano l’ingresso dello sguardo sembrano essersi girati e non controllare più la portata, la composizione, l’orientamento del flusso iconico che entra dalla porta degli occhi. La corrispondenza tra l’oggetto e la sua rappresentazione è stata scavalcata da un continuum di mutazioni visive, di effetti speciali. Non parliamo solo di mimesi qualsivoglia prodotta, ma anche di ogni trascorsa prova di scomposizione manuale. Il quesito sull’oggettività dell’immagine fotografica, che ha turbato i sonni di fotografi e pittori per oltre un secolo (non dalla nascita della fotografia ma dal disinganno della pittura), sembra oggi una provocazione scarica: l’occhio contemporaneo stravede non solo in base alla soggettività della visione, ma anche alla sovrabbondanza delle sollecitazioni.
La soggettività riguarda il punto di vista, le abitudini, i codici visivi; mette in gioco le aspettative di ognuno. Vi sono tante storie dell’occhio quanti sono gli sguardi umani. Sguardi di un istante preciso e sguardi senza tempo: timeless eyes che sembravano prerogativa dei pittori e che invece la fotografia ha dimostrato di saper doppiare, provvista di tutta la malizia e di tutta la tensione creativa necessaria.
Ma cosa vedono gli occhi umani? E quelli dei gatti, delle mosche? E quelli dei robot? La varietà di visioni non è solo relativa al punto di vista e alle convenzioni visive: è chiave di volta per orchestrare universi e giudizi.
Il limite ottimale di questa visione antropocentrica ha tenuto sinché la macchina fotografica è stata intesa come una protesi tecnica che sviluppava una complicità indipendente ma, tutto sommato, mansueta, conciliabile con i limiti del corpo umano. Il fuoco, la luce, l’inquadratura, il tempo, le caratteristiche della macchina fotografica erano dati verificabili: essa era un dispositivo ingegnoso, con molte risorse, felice. Lo sguardo aveva solo da guadagnarci. Poi c’era la camera oscura: la cabina segreta dello sviluppo. In Blow up di Michelangelo Antonioni essa entrava in gioco da protagonista, insieme al potere disvelante dello sviluppo: nuova ed emblematica caverna platonica. Sin che durò quest’equilibrio tra occhio e macchina fotografica, tra scatto e fotografia (pur con tutte le strategie di accoppiamento possibili tra l’uno e l’altra) l’immagine conservò una qualche identità spazio-temporale, un credito rappresentativo, un’ipotesi di verità. Con l’avvento dell’era digitale tutto è cambiato e ora tutto si scompone, scorre, vortica nella turbolenza fluente delle modificazioni virtuali.
Dove sta ora il punto, la frenata, la quiddità? Roland Barthes parlò del punctum come di quell’imprevedibile particolare che attira in una fotografia, non in ordine alla gerarchia compositiva, ma a un insondabile micro-turbamento che quel qualcosa produce: un’inezia laterale, un’incongruità, un nonnulla solitamente non calcolato che – scrive Barthes ne La camera chiara – costruisce la speciale “grazia” del punctum, un dono, un supplemento di vista. Ecco, quel genere di bellezza non c’è più. Ora il disturbo saliente – l’imprevisto che accende la vista – va cercato là dove lussureggiano le meraviglie, in quel paradiso artificiale dello sguardo che tende a tacitare la selezione necessaria: la legge della virtualità sovresposta potrebbe confondere il giudizio per eccesso di gusto.

 

Grecia 21 giugno 2015

Filed under: Filosofia — czz56 @ 21:11
Tags: ,

Grecia

Durante i miei viaggi in Grecia (sette) ho visitato per ben quattro volte le Meteore, per cui pubblico volentieri l’articolo di Cristiano Pinotti

Meteore, tra terra e cielo

di Cristiano Pinotti

Sospese in aria, tra la terra e il cielo. Le rocce di Meteora sono un luogo dello spirito, dove si percepisce il senso mistico del monachesimo e dell’ortodossia, in cui il turismo deve entrare in punta di piedi, consapevole di penetrare un palpabile velo di sacralità.

Avvicinarsi a Meteora non è percorrere un semplice itinerario turistico, è un autentico tuffo in una spiritualità antica, legata alle più profonde e radicate tradizioni della terra greca e dell’ortodossia orientale. Per molti aspetti è un ritorno al medioevo, agli esordi di quel monachesimo che tanta parte ha avuto nella nostra storia, ma del quale, girando per l’Europa, a fatica se ne scorgono le tracce. In questo luogo, invece, la fede e la sacralità dei gesti e delle parole permea ogni singola pietra. Meteora, è’ uno spazio dedicato alla fede, al sacro, al silenzio e alla meditazione. A tutti quegli aspetti che molti occidentali delusi dal secolarismo della chiesa ricercano nelle religiosità esotiche, ignari che, da sempre, sono parte vitale della nostra storia.

Meteora è anche un fenomeno geologico tra i più belli e spettacolari: un gruppo di rocce grigie, levigate, che si innalzano austere dall’immensità della piana della Tessaglia. Avvicinarsi a Meteora è stupore e incredulità che, a poco a poco, ascoltando il silenzio e osservando le movenze senza tempo dei monaci, si trasforma nell’emozione dell’assoluto. Non importa che si creda nel Dio di questi monaci, quello che serve per amare Meteora sono un cuore e una mente aperta.

Attualmente sono sei i monasteri abitati: Agios Stefanos, Agia Triada, Gran Meteora, Varlaam, Roussanou e Agios Nikolaos, ma nei secoli passati queste aspre rocce contavano altri quindici complessi monastici, ora disabitati, pressoché in rovina. Guardandosi intorno con attenzione, mentre si percorre l’unica strada che parte e ritorna a Kalambaka, se ne possono facilmente scorgere le rovine. La vista di questi eremi permette di comprendere quali privazioni comportasse la scelta monastica, il rifiuto del mondo, per dedicarsi esclusivamente alla ricerca spirituale.

Tutti i monasteri che compongono il nostro itinerario sono invece facilmente accessibili, ma antiche incisioni e l’austera presenza di reti, argani e carrucole permette di comprendere come l’isolamento di questi eremi fosse quasi totale e come il contatto con il mondo esterno avvenisse esclusivamente attraverso l’utilizzo di sistemi arcaici e assolutamente precari.

Agios Stefanos   

                                          

Il monastero di Santo Stefano, che risale al 1192, ospita il Katholikon, l’edificio sacro centrale dedicato a San Caralambo, e la semplice struttura in legno dell’antica Santo Stefano. Il Katholikon, e non poteva essere altrimenti, è un’imponente pianta a croce greca che ricorda le chiese del Monte Athos. Innalzato alla fine del Settecento non è affrescato, ma possiede un ciborio in legno intarsiato di elevato valore, al pari della Cortina che presenta temi naturalistici intrecciati a figure di Santi e alla rappresentazione dell’Ultima Cena. Davvero suggestiva la piccola chiesa di Santo Stefano, decorata di affreschi cinquecenteschi. Il monastero si completa con la foresteria, il cortile, le celle dei monaci e il refettorio.

Agia Triada

                                      

Salendo 140 gradini scolpiti nella roccia si giunge al monastero della Santissima Trinità, il cui Katholikon, che risale al 1476, pur di dimensioni contenute, conserva pregevoli icone e un vasto ciclo di affreschi ispirati alla storia, ai dogmi e alla liturgia della Chiesa ortodossa. Proprio all’ingresso del monastero, una rotonda scavata nella roccia costituisce la cappella di San Giovanni Battista, mentre il complesso monastico si completa con le celle, il refettorio, la cucina e due cisterne.

Gran Meteora

                                                                 

Sulla roccia più alta, a 613 metri sul livello del mare, sorge il monastero della Trasfigurazione, la Grande Meteora. Una serie di oscuri corridoi e piccoli scalini scavati nella roccia viva, conducono all’antica torre con l’argano, al forno e ad alcune celle, ma il vero spettacolo di Gran Meteora è il Katholikon, l’imponente chiesa al centro del complesso. Autentico capolavoro dell’architettura bizantina, risale alla fine del Trecento e venne completamente affrescato nel secolo successivo.

La chiesa è stata poi arricchita con la navata, che risale al Cinquecento, e con la Cortina in legno intarsiato, del 1791. Bellissime le icone della Cortina, il trono episcopale in legno con figure in madreperla e i due leggii lignei con intarsi in madreperla e avorio. Di assoluto valore artistico il ciclo di affreschi. Gran Meteora vanta altre tre chiese: SS. Costantino ed Elena, S. Atanasio e S. Giovanni Battista. Il grande refettorio è stato trasformato in un museo e attualmente custodisce croci, icone, paramenti sacri, miniature, sigilli… Alle spalle del refettorio si trova l’ospedale.

Varlaam

                                     

Il monastero di Ognissanti, risalente al 1350, deve il proprio nome al monaco Varlaam, che qui costruì alcune celle e una chiesa, dopo aver conquistato la propria posizione ascetica attraverso un complesso, e traballante, sistema di impalcature fissate su travi incastrate nella parete rocciosa. Più avanti queste furono sostituite da scale a corda e da un argano a fune che, dondolando nel vuoto, issava i temerari visitatori sino a 373 metri di altezza.

Oggi Varlaam è comodamente raggiungibile in poco meno di 200 gradini, che risalgono agli anni Venti del Novecento. Il Katholikon è una pianta greca con cupola e 4 colonne, riccamente affrescato con figure plastiche che presentano repentini contrasti di luce e ombra. Con tutta probabilità gli affreschi della navata sono opera di Franco Katelano, uno dei più importanti agiografi del XVI secolo, impegnato anche sul Monte Athos. Oltre al Katholikon si possono ammirare la cappella dei Tre Gerarchi, anch’essa affrescata, il refettorio, l’ospedale, l’ospizio e la cappella dei Santi Cosma e Damiano. Moltissime le reliquie conservate: crocefissi, icone, paramenti sacri, manoscritti, codici miniati.

Roussanou

                                         

Roussanou è posto su un picco assolutamente verticale, un’aspra e ripida roccia che mette le vertigini e che, fino al 1897, era collegata al mondo esclusivamente attraverso una serie di scale a corda. La sua fondazione risale al 1288. Il Katholikon è dedicato alla Trasfigurazione di Cristo e presenta tre absidi riccamente affrescati. La Cortina è in legno dorato, mentre l’inginocchiatoio della Vergine presenta pregevoli decorazioni in madreperla.

Agios Nikolaos

                                            

Il monastero di San Nicola, posto su uno stretto sperone roccioso, si sviluppa in senso verticale, con la chiesa e il refettorio al primo piano, sovrastate dalle celle monacali poste al piano superiore. Il Katholikon è lungo e stretto e segue l’andamento stesso della roccia. Il nartece, rispetto alla totalità dell’edificio appare sproporzionatamente ampio. Data l’impossibilità di lasciare spazio a un cortile, il nartece svolgeva, infatti, anche la funzione di luogo di ritrovo per i 10 monaci che potevano abitare il complesso. Gli affreschi sono del più grande artista greco del XVI secolo, il monaco Theofanis Strelitzas da Creta, che ha rappresentato i dogmi e la liturgia ortodossa con grande vivacità ed espressività artistica.

 

 

Teodora – Chi era? Teodora (imperatrice) 20 giugno 2015

Teodora – Chi era?
Teodora (imperatrice)
“Il trono è un glorioso sepolcro e la porpora è il miglior sudario”
(Procopio, La guerra persiana, I, 24)

Teodora (Costantinopoli, 500 circa – Costantinopoli, 28 giugno 548) è stata un’imperatrice bizantina. Dopo una iniziale vita avventurosa divenne moglie dell’imperatore Giustiniano I, assieme al quale regnò, in parte coadiuvandolo nella gestione del potere. La sua personalità viene vista in doppia luce da Procopio, che da una parte ne esalta in talune sue opere l’effetto benefico, dall’altra ne vede esclusivamente il lato negativo, questo nella sua Storie Segrete, opera in un certo senso parallela e complementare di questo storico.
Teodora era una donna di umili origini. Lo storico Procopio di Cesarea la dice una delle tre figlie di un certo Acacio, guardiano degli orsi (termine col quale si indicava il guardiano delle belve) presso l’Ippodromo. Rimasta orfana di padre, viene avviata dalla madre, insieme alle due sorelle Comitò e Anastasia, alla carriera del teatro. Qui Teodora diede il meglio di sé come cortigiana e attrice di spettacoli licenziosi. I suoi detrattori, primo fra tutti Procopio di Cesarea, le rimproverarono una giovinezza dissoluta e contribuiscono a creare una figura deformata e mostruosa del suo arrivo a Costantinopoli:
«Quando le figlie divennero giovinette, subito la madre le avviò alla scena, poiché erano davvero belle: però non tutte simultaneamente, bensì a seconda che ciascuna le paresse matura al compito. […] All’epoca Teodora non era affatto matura per andare a letto con uomini, né ad unirsi a loro come una donna; si dava invece a sconci accoppiamenti da maschio, con certi disgraziati, schiavi per di più, che seguendo i padroni a teatro, in quell’abominio trovavano sollievo al loro incomodo – e anche nel lupanare dedicava parecchio tempo a quest’impiego contro natura del suo corpo.
Non appena giunse all’adolescenza e fu matura, entrò nel novero delle attrici e divenne subito cortigiana, del tipo che gli antichi chiamavano ‘la truppa’. Non sapeva suonare flauto né arpa, né mai s’era provata nella danza; a chi capitava, ella poteva offrire solo la sua bellezza, prodigandosi con l’intero suo corpo.
…Spesso giungeva a presentarsi a pranzo con dieci giovanotti, o anche di più, tutti nel pieno delle forze e dediti al mestiere del sesso; trascorreva l’intera notte a letto con tutti i commensali, e quando erano giunti tutti allo stremo, quella passava ai loro servitori, che potevano essere una trentina; s’accoppiava con ciascuno di loro, ma neppure così riusciva a soddisfare la sua lussuria. »

(Procopio, Storia segreta, IX (trad. it. in Procopio, Storie Segrete, a cura di F. Conca e P. Cesaretti, Milano 1996)

Monofisismo di Teodora
Si può considerare sicura l’adesione di Teodora alla corrente Monofisita. (Il termine monofisismo indica, nella storiografia occidentale e nella teologia cattolica, una serie di dottrine cristologiche della chiesa copta e della chiesa armena, sorte attorno alla teologia di Eutiche, e condannate come eresia dal concilio di Calcedonia. Eutiche negava l’attribuzione a Cristo della natura umana, sostenendo che egli avesse solo quella divina: secondo la sua dottrina l’umanità di Gesù fu solo apparente.)
Ella si convertiva dopo una sua permanenza ad Alessandria, nel corso iniziale della sua vita da attrice ed avventuriera, partita dalla capitale per quest’altra grande città dell’Impero.
Procopio nella Storie Segrete riferisce: che aveva lasciato la capitale per accompagnare un personaggio di rilievo, Ecebolo di Tiro, che era stato nominato governatore della Pentapoli in Cirenaica (Libia). Come sua amante andò con lui in Libia, ma dopo un certo periodo venne in disaccordo con Ecebolo che la abbandonò.
Lasciò la Cirenaica mantenendosi con la prostituzione, e sulla strada di Costantinopoli, fece tappa ad Alessandria.
Ad Alessandria incontrò il vescovo Timoteo, aderente al Monofisismo. L’incontro con il vescovo è riferito anche da un testo egiziano della fine del secolo successivo agli avvenimenti.
Il patriarca Timoteo III (517-535) esercitò un profondo ascendente su di lei, che ebbe una crisi mistica e si convertì alla sua corrente. Timoteo era il maggior difensore di questa idea, che aveva fatto di Alessandria una sua roccaforte, nella quale aveva ospitato l’esule patriarca Severo di Antiochia, allontanato dalla capitale al momento della svolta intollerante di Giustino.
Da qui Teodora avrebbe abbandonato la precedente vita, intraprendendo un altro cammino che l’avrebbe portata ad essere la moglie dell’imperatore. Grazie alla sua forte personalità avrebbe saputo conquistare Giustiniano, vincendo l’ostracismo posto contro di lei da Eufemia, e superare anche l’ostacolo del differente credo.

Matrimonio con Giustiniano
Per Teodora si presentava il problema di superare gli ostacoli della morale verso il suo matrimonio con Giustiniano. Giustino, imperatore e zio di Giustiniano, non era d’accordo su questi sponsali principalmente per volere della moglie, l’imperatrice Eufemia, la quale vedeva di buon occhio il nipote ma non accettava la presenza di Teodora. Morta Eufemia, ed avendo nei suoi ultimi anni Giustino perso le proprie facoltà mentali, la via per il matrimonio tra Giustiniano e Teodora era libera.
Il problema che le Leggi di quel periodo non consentivano ad un notabile come Giustiniano il matrimonio con un’attrice quale era Teodora, ma in quel caso Giustino, ormai incapace di intendere e volere, fu convinto dal nipote ad emanare una legge che permettesse anche ciò. Grazie a questa circostanza gli sponsali poterono essere celebrati.

Teodora imperatrice
Quindi, al momento della morte di Giustino, il nipote era già pronto ad impossessarsi del potere, e divenire imperatore. Giustiniano, che aveva già nominato Teodora patrizia, senza attendere, tre giorni prima della morte di Giustino, fece celebrare la cerimonia dell’incoronazione nella quale fece nominare Teodora imperatrice, il 1 aprile 527, tre giorni prima della Pasqua.
Una volta sul trono, Teodora si mostrò una donna astuta e di forte carattere, molto influente sulle decisioni del marito tanto che spesso si è detto che Giustiniano e Teodora costituissero una vera e propria diarchia. Entrambi di personalità molto forte, la loro azione risultò complementare nel ricreare la grandezza dell’Impero Romano.
Una prima prova la coppia la diede nella sua azione durante la rivolta di Nika, quando dovettero affrontare il problema politico di ridimensionare le fazioni, soprattutto quella degli Azzurri, la cui impunità essi stessi avevano da sempre garantito. Negli eventi, dove Giustiniano si mostrava più pavido, pensando di fuggire attraverso il suo porto privato, fu Teodora a reagire con forza a riprendere il potere in mano. Ella, pronunciando un discorso, convinse il marito a desistere e a combattere in quanto

«…Il trono è un glorioso sepolcro e la porpora è il miglior sudario»

Teodora morì di malattia nel 548 (divorata dal cancro dice Procopio), e si dice che la sua morte fosse stata presagita dallo spezzarsi di una colonna.
(wikipedia)

 

ANTONINO 17 giugno 2015

Filed under: Filosofia — czz56 @ 21:19
Tags:

ANTONINO

COLORE PERSONALE: GIALLO – INDICA  INTELLIGENZA.-

ANIMALE TOTEM: ANTILOPE – SIMBOLEGGIA LA TENSIONE E LA VELOCITA’.-

VEGETALE TOTEM: PORRO – RAPPRESENTA LA DELICATEZZA.-

CHIAVE DEL NOME: COLUI CHE E’ REALISTA.-

Il nome Antonino, deriva dall’antico nome di famiglia e soprannome, divenuto poi nome individuale latino “Antoninus”, derivato da “Antonius”. Affermatosi in tutta Italia con il culto di numerosi Santi, tra cui Sant’Antonino, priore del convento di San Marco ed Arcivescovo di Firenze e morto nel  Quattrocento. Per onorare tale Santo, Antonino festeggia il suo onomastico il 10 Maggio.

Di intelligenza profonda e sintetica,  Antonino è un uomo singolare e molto difficile da capire: prima di tutto perché è introverso e la sua vita interiore può difficilmente essere portata in superficie; in secondo luogo perché riflette tanto prima di agire che si lancia nell’azione quando meno te lo aspetti.

Antonino è un uomo socievole e sorridente, attratto dalla filosofia e che possiede uno spiccato senso della Psicologia, capisce i suoi simili ed ama in qualsiasi momento la loro compagnia. In amore, in particolare, può compiere delle fughe immotivate, prima ancora di conoscere a fondo l’oggetto dei suoi desideri. E’ comunque una persona concreta e pratica con un forte senso della realtà.

Socialmente è  brillante, ha un buon contatto con il pubblico ma preferisce  avere una ristretta cerchia di amici, sempre uguale, con la quale avere conversazioni intelligenti. Nella vita sociale e negli affari è ingegnoso. La salute va bene, dovrebbe, però, dormire un po’ di più …..

http://www.youtube.com/watch?v=gNg3Owyw2bQ

 

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: