Nino

Ah … il tempo mio nemico e strano …

Edipo a Colono 31 luglio 2015

Il 23 e 24 Maggio 2009 ho avuto l’occasione di assistere a due tragedie greche al Teatro Greco di Siracusa: “Medea” e “Edipo a Colono” – Medea la troverete in un’altra pagina del Blog – Edipo a Colono qui di seguito…                             

                                              Edipo a Colono

Edipo, ormai mendico e cieco, giunge accompagnato dalla figlia Antigone nel borgo ateniese di Colono, in un luogo pieno di ulivi e di viti, da cui si vedono in lontananza le torri della città.

Quando Edipo, stanco, siede su una pietra, un uomo si avvicina intimandogli di alzarsi poiché si trovano in un bosco sacro e invita lui e Antigone ad aspettare, mentre egli andrà a cercare la gente del luogo. Saranno loro, conclude, a decidere se i due stranieri potranno rimanere o dovranno andarsene. Si chiude il prologo e fa ingresso il Coro di vecchi ateniesi, in cerca dello straniero cha ha violato il luogo sacro alle Eumenidi  (Le Eumenidi, dette anche Erinni, sono le Furie della mitologia italica. Figlie di Acheronte e della Notte o, secondo altri, di Gea, nate dal sangue di Urano, o di Ades e di Persefone. Erano tre, Aletto, Megera e Tisifone. Erano divinità punitrici, dee della maledizione e della vendetta, che avveniva con guerre, pestilenze, discordie e, nell’intimità dello spirito, con il rimorso. I colpevoli, soprattutto gli assassini, venivano perseguitati anche dopo la morte. Quando il colpevole si pentiva e si purificava della sua colpa, diventavano benevole, donde il nome di Eumenidi – dal greco euméneia, “benevolenza”. Erano rappresentate con un aspetto lugubre e terribile, con una veste nera e insanguinata e delle serpi in testa al posto dei capelli.) e di cui sconosce l’identità.

Emerge, sin dai primi versi, un chiaro riferimento, una attenzione particolare alla condizione dello straniero, chiamato ad accogliere incondizionatamente le credenze e i valori della città ospite. Soprattutto, emerge tutta la fragilità del suo status, quando i vecchi di Colono, messi a parte della identità di Edipo,vorrebbero cacciarlo.

Lo dice bene Antigone nelle sue parole rivolte al Coro: “Da voi, come da un dio, noi miseri pendiamo”. Mentre Edipo e Antigone parlano con gli anziani, entra in scena Ismene, figlia di Edipo e sorella di Antigone, messaggera di notizie funeste. La fanciulla racconta come gli altri due figli di Edipo, i fratelli Eteocle e Polinice, accecati dal “demone” del potere, abbiano iniziato a contendersi il trono di Tebe, e di come Eteocle si sia impossessato del trono cacciando dalla patria Polinice, ora esule ad Argo con lo scopo di acquisire nuovi alleati che lo sostengano nella riconquista di Tebe.

A questo punto Edipo perde la speranza di potersi salvare ma Ismene aggiunge che egli, morto o vivo, avrebbe portato la salvezza ai suoi alleati: lo dice l’oracolo di Apollo. Per questa ragione tutti avrebbero cercato il suo favore o di averlo in proprio potere. Infatti, proprio mentre Ismene parla a suo padre, Creonte si sta dirigendo verso Atene per riportare Edipo in patria e “prendere possesso” di lui. Il destino di Edipo sembra essersi ironicamente ribaltato: prima cacciato e aborrito da tutti, ora diviene oggetto di contesa, portatore di salvezza e di forza. Secondo il responso di Febo, inoltre, la città che avesse offerto sepoltura a Edipo sarebbe divenuta inviolabile. Edipo maledice i figli che hanno anteposto il regno al padre, la brama di potere all’amore filiale; poi, come un supplice, svolge un rito di purificazione sapientemente descritto in ogni suo passaggio. Dopo un commo in cui si alternano Edipo e il Coro rievocando le colpe del’incestuoso parricida, entra in scena Teseo, il re di Atene, che, riconosciuto lo straniero, gli esprime la sua solidarietà, come chi ha vissuto in prima persona la dolorosa esperienza dell’esilio: “Io che so di essere cresciuto in esilio, come te, e, come un uomo qualunque su terra straniera, moltissimi rischi affrontai sul mio capo. Edipo dà in dono il suo “povero corpo”, che porterà grande vantaggio al suo seppellitore, ma Teseo dovrà proteggerlo da chi vuole portarlo a Tebe. Il Coro intona un inno ad Atene, la città dell’olivo sacro alla dea Atena, che nutre i suoi figli; la città dominatrice dei mari, grazie al dono di Poseidone. Entra in scena Creonte, cognato di Edipo, che a parole riconosce la grandezza di Atene “la più grande potenza della Grecia” ma nei fatti si comporta da ospite indesiderato. Creonte vuole riportare Edipo in patria, appellandosi così a un vincolo di stirpe ma questi ne sente tutto l’opportunismo e rifiuta di seguirlo; così egli aggredisce Antigone e Ismene, comportandosi in modo ingiusto, come sottolinea il Coro, solidale a Edipo e alle sue figlie.

Ora Teseo fa una vera e propria “lezione sulla ospitalità” e sulle sue regole, proteggendo i supplici e scagliandosi contro Creonte:“Io saprei come si deve comportare uno straniero con quelli del posto”. Ma se Creonte supera il limite, è tracotante ed empio, Teseo richiama costantemente alle regole, all’uso proprio delle leggi, non è il tiranno ma il sovrano illuminato simbolo di Atene, che rifiuta di rispondere alla violenza con la violenza. Creonte porta via le fanciulle come ostaggi ed il suo scontro verbale con Edipo è violentissimo. Teseo prende una netta posizione in favore di Edipo e, prima di andare via, gli promette di riportargli le figlie sane e salve. Dopo un canto corale in cui il Coro immagina la lotta fra Teseo e Creonte per le due fanciulle, Antigone e Ismene ritornano da Edipo, insieme a Teseo che nel frattempo lo informa dell’arrivo di un altro supplice straniero proveniente da Argo. È Polinice. Edipo lo rifiuta, ma Antigone incoraggia il padre ad incontrarlo e a lasciarlo parlare. L’atmosfera si fa cupa, priva di speranza, come ribadisce anche la voce del Coro che ora dà corpo ad una visione del male, del lato oscuro della vita dove regnano invidia, dissensi, contesa, stragi vecchiaia. Per questo, prosegue il Coro, desiderare una vita lunga più del dovuto è follia, nei lunghi giorni prevalgono i mali e il dolore è più vicino. Questo intermezzo corale preannuncia il momento più violento del dramma, l’incontro tra Edipo e il figlio Polinice. Appena giunto, questi parla del trono usurpato dal fratello Eteocle e della sua conseguente spedizione ad Argo alla ricerca di nuove alleanze per invadere la città. Edipo maledice Polinice, che quando aveva trono e scettro non aveva esitato a bandirlo da Tebe e che ora cerca l’appoggio del padre esclusivamente per impossessarsi del potere. Il suo è uno sguardo sul futuro di morte e di sventura che attende i due figli nemici: “Muoia di mano fraterna e uccida che ti ha bandito”. Polinice rimane fermo sulle sue posizioni e, prima di accomiatarsi, si rivolge alle sorelle, chiedendo loro di assicurargli la giusta sepoltura. Ora Edipo sente che il suo destino sta per compiersi, si rende conto di essere in punto di morte: lo annunciano gli dei, in accordo alla profezia, “tuono dopo tuono, sfolgoranti dardi dopo dardi”.

Adesso non ha più bisogno di essere guidato, è lui a guidare gli altri; nessuno, neanche le figlie, può toccarlo: il suo corpo è divenuto sacro. Edipo mostrerà soltanto a Teseo il luogo dove dovrà morire, intimandogli di non rivelarlo a nessuno se non, in punto di morte, al suo successore, come un segreto della città. Edipo diviene quasi un nume tutelare di Atene, proteggerà la città dagli assalti tebani, in accordo all’oracolo di Apollo, renderà la città inviolabile.

Anche il Coro lo accompagna idealmente a morire, con un canto che invoca non solo una “bella morte”, ma anche una giustizia più grande: “Su lui si avventò una coorte di mali immeritati: un dio giusto lo riporti in auge”.

E questa morte misteriosa è descritta dal messaggero che racconta l’estremo dolcissimo saluto di Edipo alle figlie prima di allontanarsi, chiamato da una voce, accompagnato dal solo Teseo. Chi racconta era fra coloro che, seguendo le due fanciulle, avevano lasciato alle loro spalle Teseo e Edipo. Forse, prosegue, fu un nunzio degli dei a portarlo via, o la terra degli inferi si spalancò per accoglierlo, dato che, quando si voltarono per rivolgere con lo sguardo l’ultimo saluto, d’improvviso, misteriosamente, videro soltanto Teseo, come se Edipo fosse svanito senza lasciare alcuna traccia. Il sovrano di Atene consola Antigone e Ismene ma non rivela nemmeno a loro il mistero della morte di Edipo e il luogo della sua tomba. Teseo rimane fedele al suo giuramento ricordando la promessa di Edipo: “Se esegui compiutamente le mie parole, mai un dolore sfigurerà la tua terra”.

Ora le strade di Teseo e Antigone si dividono, come i destini opposti delle due città. La figlia di Edipo rivolge il pensiero alla“antichissima” Tebe, dove sta per tornare. Vorrebbe impedire la strage dei suoi fratelli. Ma nessuno potrà farlo.

 

LA FESTA DELLA DONNA

LA FESTA DELLA DONNA

 

Dimentichiamo per un momento la “Festa della donna”, nell’idea che negli ultimi anni ci viene propinata da giornali e televisione, e facciamo una brevissima storia delle più importanti tappe dell’emancipazione femminile iniziata nel secolo scorso.

È solo dal 1977 che la Festa della Donna è riconosciuta ufficialmente dalle Nazioni Unite. Ma la sua storia risale a molti anni fa, nella metà 800, quando nelle fabbriche lavoravano anche molte donne sottopagate e sfruttate.

Fu l’8 marzo del 1857 che, per la prima volta, alcune operaie di New York protestarono per migliorare le loro condizioni di lavoro. Venne indetto uno sciopero contro le paghe misere e le pessime condizioni in cui erano costrette a lavorare. Il risultato di questa prima manifestazione, fu un attacco da parte della polizia.

Due anni dopo, sempre in marzo, le stesse operaie si riunirono in sindacato per tentare di migliorare le loro condizioni lavorative.

Nel 1911, in Austria, Danimarca, Germania e Svizzera, si pensò di dedicare una giornata alle donne, con l’intento di ottenere il diritto la voto e la fine della discriminazione sessuale sul lavoro. Lo stesso anno, il 25 marzo a New York 140 lavoratrici della “Triangle Shirtwaist Company” – molte di esse italiane ed ebree – morirono in un incendio a causa della mancanza di sicurezza sul lavoro. Una folla di 100.000 persone partecipò ai funerali.

 

PERCHÉ PROPRIO LA MIMOSA È IL SIMBOLO DELLA FESTA DELLA DONNA?  

E DA DOVE NASCE QUESTA TRADIZIONE?

Sembra che la mimosa sia stata adottata come fiore simbolo della festa della donna dalle femministe italiane. Era il 1946 quando l’U.D.I. (Unione donne italiane) stava preparando il primo “8 marzo” del dopoguerra.  Si cercava un fiore che potesse contraddistinguere e simboleggiare la giornata. E furono le donne italiane a trovare nelle palline morbide e accese che costituiscono la profumata mimosa (fiore di origine australiana) il simbolo della festa delle donne. In più questi fiori  hanno il gran vantaggio di fiorire proprio nel periodo della festa e di non essere troppo costosi.

 

DEJA-VU 28 luglio 2015

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DEJA-VU

 

 

(FOTO ANTONINO CUZZOLA)

L’origine scientifica del déjà vu
Uno studio del Cnr svela per la prima volta come specifiche anomalie nella morfologia del cervello possano spiegare l’origine dei déjà vu.

di Simone Valesini

Non è un errore di Matrix, né un ricordo che ci arriva da universi paralleli, vite precedenti, o qualcosa visto nei sogni. A gettare luce sull’origine del déjà vu, la strana sensazione di aver già visto o vissuto una determinata scena o situazione, arriva oggi uno studio dell’Istituto di bioimmagini e fisiologia molecolare del Cnr (Ibfm-Cnr), che dimostra come il fenomeno, almeno nelle persone che lo sperimentano frequentemente, sia probabilmente legato alla presenza di particolari anomalie nella morfologia del cervello. I risultati della ricerca sono stati pubblicati sulla rivista Cortex.

Il déjà vu è un fenomeno psichico studiato da oltre un secolo, e per il quale sono state proposte moltissime possibili spiegazioni scientifiche, nessuna delle quali era riuscita però fino ad oggi a dimostrarne la causa in modo definitivo. Per cercare una risposta, i ricercatori del Cnr hanno deciso di analizzare il cervello di pazienti che soffrono di epilessia, una malattia che può causare frequenti manifestazioni patologiche estremamente simili a déjà vu.

“L’obiettivo di questa ricerca era di scoprire se esista una base anatomo-fisiologica comune nella genesi del déjà-vu tra soggetti sani e pazienti, che possa spiegare le basi di un fenomeno psichico che, in alcune circostanze, diventa patologico”, racconta Angelo Labate, ricercatore dell’Ibfm-Cnr e professore dell’Università Magna Graecia. Per farlo, il team del Cnr ha reclutato 63 pazienti epilettici con episodi frequenti di déjà vu, e ne ha analizzato l’attività e la morfologia cerebrale, mettendola a confronto con quella di 39 persone sane.

I risultati hanno dimostrato che esistono specifiche caratteristiche morfologiche che identificano il cervello dei pazienti epilettici e quello delle persone sane che sperimentano di frequente il déjà vu. “Lo studio ha evidenziato che sia i soggetti malati, sia le persone sane interessate da déjà-vu, presentano anomalie a livello morfologico, che coinvolgono però aree cerebrali diverse”, prosegue Labate. “I pazienti affetti da epilessia evidenziano anomalie localizzate nella corteccia visiva e nell’ippocampo, cioè nelle aree cerebrali deputate al riconoscimento visivo e alla memorizzazione a lungo termine. Questa scoperta dimostrerebbe che la sensazione di déjà-vu, riportata dai pazienti durante un episodio epilettico, è un sintomo organico di una memoria reale, anche se falsa”.

Se per chi soffre di epilessia i déjà-vu sarebbero quindi dovuti ad un’anomala registrazione delle memorie, per le persone sane la situazione è invece diversa. Nei partecipanti non epilettici che sperimentavano più spesso questa sensazione, i ricercatori hanno individuato piccole variazioni anatomiche in un’area cerebrale chiamata corteccia insulare, che ha il compito di convogliare le informazioni sensoriali verso il sistema limbico, cioè la parte del cervello che si occupa delle emozioni.

“Tale modifica parrebbe dimostrare che nel soggetto sano l’esperienza del déjà-vu è in realtà un fenomeno di alterata sensorialità dello stimolo percepito, più che un ricordo alterato”, aggiunge Antonio Cerasa, ricercatore del Cnr che ha partecipato allo studio. In questi casi dunque si tratterebbe di un’emozione che richiama alla memoria una situazione in cui avevamo già sperimentato un sentimento simile. “Noi pensiamo di aver già visto quel posto – conclude Cerasa – ma in realtà è la sensazione che abbiamo provato nel vederlo che ci richiama uno stimolo mnestico precedentemente associato”.

 

LETTURA DELL’IMMAGINE 22 luglio 2015

LETTURA DELL’IMMAGINE

(Percezione dei significati)

  1. La lettura dell’immagine implica una dinamica interattiva fra le intenzioni dell’emittente e la situazione culturale e affettiva del ricevente.

  2. Le risposte previste e programmate dal produttore della immagine devono perciò fare il conto con la disposizione di chi riceve il messaggio.

  3. Nell’atto stesso in cui la persona percepisce un significante gli attribuisce un valore e quindi un significato coinvolgendovi le sue esperienze, i dati culturali e affettivi che possiede.

Pertanto, la costruzione dei significati da parte del ricevente mirano a far acquisire e a rinforzare, esercitandola, la consapevolezza che – il significato di una immagine (come di un testo verbale) non è un dato e non è immesso tutto nel testo, ma è un processo; è il risultato di una attività di lettura nella quale interagiscono:

  1. i costituenti (i denotati) dell’immagine,

  2. il contesto in cui l’immagine è posta,

  3. la cultura, l’esperienza, le motivazioni, le attese di chi legge l’immagine.

Denotazione e connotazione

Gli elementi di un linguaggio (sia verbale sia iconico) hanno un valore informativo, cioè denotativo ed un valore evocativo, cioè connotativo.

1.Si chiamerà pertanto livello denotativo della lettura quello che si riferisce alla individuazione a gli elementi costitutivi dell’immagine (il denotato, ciò che si vede).

2.Livello connotativo, invece, quello in cui il lettore opera decodificando anche codici non iconici, appartenenti alla propria cultura, sulla base dei quali attribuisce all’immagine “alcuni” significati.

Intenzione dell’emittente

Chiunque emette un messaggio iconico (ma anche verbale) non vuole soltanto far vedere, ma anche significare qualcosa per mezzo dell’immagine, pertanto si servirà di tutti quegli effetti (inquadratura, luce, colore, ecc.) atti a suggerire al destinatario l’interpretazione voluta.

Da questi riferimenti, la lettura iconica è finalizzata ad un atteggiamento cooperativo nella costruzione del senso di un messaggio iconico. Questo atteggiamento esige il possesso di strumenti linguistici ed interpretativi, indispensabili per le attività di analisi e di sintesi mediante le quali – operata la ricognizione dei costituenti, delle loro relazioni e delle connotazioni riconoscibili nell’immagine – diventa possibile individuare la cultura, le ideologie,  ……  di chi l’ha prodotta….

Possiamo, dunque, porre due obiettivi generali:

1.essere consapevoli che l’emittente mediante i contenuti scelti e mediante le operazioni di costruzione, immette nell’immagine dei potenziali significati ed orienta il lettore nella direzione che egli ha deciso;

2.essere consapevoli che il ricevente, rapportando l’immagine nel contesto in cui essa appare e facendo agire la sua esperienza, le sue conoscenze, le sue attese, costruisce e decide i significati dell’immagine assecondando o contraddicendo le intenzioni previste dall’emittente.

 

L’Amicizia

L’Amicizia

”Trova il tempo di essere amico: è la strada della felicità”              

(Madre Teresa di Calcutta) 

Con amicizia si indica un sentimento di affetto vivo e reciproco tra due o più persone dello stesso o di differente sesso. Insieme all’amore, è uno degli stati emozionali fondanti della vita sociale.

In quasi tutte le culture, l’amicizia viene intesa e percepita come un rapporto alla pari, basato sul rispetto, la stima, e la disponibilità reciproca, che non pone vincoli specifici sulla libertà di comportamento delle persone coinvolte.

In genere, si distinguono diversi gradi di amicizia, dall’amicizia causale legata a una simpatia che emerge fortuitamente in una certa circostanza magari in modo temporaneo, all’amicizia cosiddetta intima, ovvero associata a un rapporto continuativo nel tempo fra persone che arrivano a stabilire un grado di confidenza reciproca paragonabile a quella tipica del rapporto di coppia.

Un amico è una persona con cui posso essere sincero: in sua presenza posso pensare ad alta voce.”    

                                                 (Ralph Waldo Emerson)

Nel divenire dello sviluppo dell’emotività individuale, le amicizie vengono dopo il rapporto con i genitori e prima dei legami di coppia che si stabiliscono alla soglia della maturità.

Nel periodo che intercorre fra la fine dell’infanzia e l’inizio dell’età adulta, gli amici sono spesso la componente più importante della vita emotiva dell’adolescente, e spesso raggiungono un livello di intensità mai più eguagliato in seguito.

Queste amicizie si stabiliscono il più delle volte, ma non necessariamente, con individui dello stesso sesso ed età.

“… Contandoli uno a uno non son certo parecchi, son come i denti in bocca a certi vecchi, ma proprio perchè pochi son buoni fino in fondo e sempre pronti a masticare il mondo …”  (F. Guccini)

“…un amico non dovrebbe mai dire mi dispiace…”  (Nino)

 

PONTE DELLA LIBERTA’ 13 luglio 2015

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PONTE DELLA LIBERTA’

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A proposito di… arte 10 luglio 2015

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A proposito di… arte

L’arte, secondo Magritte, è come una Fata ignorante, capace di magie il cui reale significato sfugge alla sua stessa comprensione. Credo che questa affascinante metafora esprima in modo semplice un concetto fondamentale: l’arte è spinta creativa, e non ha bisogno di capire se stessa. Ma ci sono dati altri strumenti per squarciare, almeno in parte, il velo enigmatico che avvolge il suo poliedrico universo. L’intuizione filosofica, ci permette di andare oltre. Di varcare la soglia estetica, penetrando nella dimensione mistica dell’evento artistico. I lettori dei miei libri sanno a cosa mi riferisco: l’arte è concetto divenuto immagine, idea plasmata nella materia, simbolo fatto forma visibile. Se all’artista spetta il compito di concretare l’astratto, è data al filosofo la missione di percepire il messaggio intimo di un’opera. Saper cogliere dalle molteplici epifanie della Fata ignorante, dagli oggetti della sua espressione, dai suoi abbondanti frutti, quei semi di sapienza che germoglieranno nella comprensione. Attraverso l’intuizione filosofica, l’arte comunica allo spirito, quel che il cervello non potrebbe intendere dal linguaggio razionale. E non parlo delle vuote e ampollose digressioni di molti critici, ma della ricerca profonda, quasi del pellegrinaggio, verso il cuore dell’opera d’arte, la quale attende, come la sfinge del mito tebano, l’Edipo che sappia rispondere al suo enigma. Forse non ci saranno risposte ad ogni domanda, ma quel che la mente non saprà udire, l’anima potrà comprenderlo.
Sebastiano B. Brocchi

 

 
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