Nino

Ah … il tempo mio nemico e strano …

Dasein 29 agosto 2015

Filed under: Filosofia — czz56 @ 22:53
Tags: , , , , , ,

Dasein

Il termine fu introdotto in filosofia nel corso del sec. XVIII. Per Kant il Dasein di un oggetto è conoscibile solo mediante il ricorso all’esperienza e ha quindi costante relazione con la possibilità di una percezione, anche se non con una percezione immediata (concetti espressi dal filosofo tedesco nella Critica della ragion pura). Nella concezione hegeliana il Dasein indica la categoria dell’essere determinato come immediata e unilaterale unità dell’essere e del nulla; come semplice determinatezza dell’essere, il Dasein si distingue dall’Existenz, termine usato per designare l’essere in relazione (concetto formulato da Hegel nella Logica). Per Heidegger il Dasein è l’uomo in quanto si pone la domanda sul significato dell’essere. La comprensione dell’essere del Dasein e l’ontologia fondamentale si devono ricercare nell’analitica esistenziale del Dasein (Essere e Tempo).

(Sein und Zeit), opera fondamentale di M. Heidegger (1927), che segnò il costituirsi della filosofia esistenzialistica: l’opera (incompleta) ripropone il problema del senso dell’essere e si avvale del metodo fenomenologico mutuato da Husserl. Heidegger opera dapprima una distinzione tra l’essere e i modi dell’essere; è un modo dell’essere l’esserci (Dasein), cioè l’esistente, l’uomo. Il carattere strutturale dell’esserci è l’“essere nel mondo”. Immedesimandosi nel mondo l’uomo si perde nella quotidianità anonima del “si” (si dice, si fa, ecc.). A questa esistenza inautentica che è caratterizzata dalla paura si contrappone quella autentica che si radica nell’angoscia, come strumento del nulla che, facendo sentire l’uomo non a suo agio nel mondo, estraneo a esso, gli apre l’unica possibilità autentica dell’esistenza, la morte. A sua volta l’essere per la morte fa di questa non un momento che giunge a un certo punto, al termine dell’esistenza, ma il senso proprio dell’esistenza stessa, la possibilità per l’esserci di pervenire a se stesso estraniandosi dal mondo della banalità e della dispersione.
                                                                                                                                    http://www.sapere.it

Annunci
 

PANZE’ 25 agosto 2015

Filed under: Filosofia — czz56 @ 20:53
Tags: ,

PANZE’

 panzè

(FOTO ANTONINO CUZZOLA)

 

IL PENSIERO DI CAMPANELLA 22 agosto 2015

IL PENSIERO DI CAMPANELLA

A cura di DIEGO FUSARO

Nato a Stignano che all’epoca era nella contea di Stilo, in provincia di Reggio Calabria, Campanella fu un ragazzo prodigio. Figlio di un calzolaio povero ed illetterato, prese gli Ordini Domenicani non ancora quindicenne, con il nome di frà Tommaso in onore di San Tommaso d’Aquino. Studiò teologia e filosofia con diversi maestri. Subito dopo, cambiò idea sull’ortodossia aristoteliana e fu attratto dall’empirismo di Bernardino Telesio (1509 – 1588), il quale gli insegnò che la conoscenza è sensazione e che tutte le cose naturali ne possedevano. Campanella scrisse la sua prima opera, Philosophia sensibus demonstrata (Filosofia dimostrata dai sensi), pubblicata nel 1592, difendendo Telesio.
Nello stesso anno subì un processo da parte del suo stesso ordine e tra il 1594 e il 1595 venne inquisito e torturato a Padova e Roma. Il processo inquisitoriale si concluse con l’abiura e la condanna per sospetto veemente di eresia da parte della Congregazione del Sant’Uffizio. A Napoli venne in contatto con l’astrologia, i riferimenti astrologici infatti sarebbero diventati una caratteristica costante nei suoi scritti. Le concezioni non ortodosse di Campanella – specialmente in contrasto con l’autorità di Aristotele – lo portarono in conflitto con la Chiesa.

Denunciato all’Inquisizione e citato presso il Sant’Uffizio a Roma, fu confinato in un convento fino al 1597. Dopo la sua liberazione, Campanella tornò in Calabria, e si fece portatore di una cospirazione contro il potere spagnolo a causa della quale fu ordinata la chiusura, per decreto del vicario Pedro di Toledo, dell’Accademia Cosentina. Lo scopo di Campanella era quello di formare una società basata sulla comunità dei beni e delle mogli (in somiglianza allo stato ideale di Platone), poiché, sulle basi delle profezie di Gioacchino da Fiore e sulle sue osservazioni astronomiche, predisse l’avvento di una catastrofe che avrebbe rinnovato il mondo dello spirito nell’anno 1600. Tradito da due compagni cospiratori, fu preso ed incarcerato a Napoli. Fingendo problemi mentali riuscì a fuggire la pena di morte, ma fu condannato all’ergastolo. Campanella trascorse 27 anni in prigione a Napoli. Durante la prigionia scrisse le sue opere più importanti: “La Monarchia di Spagna” (1600), “Aforismi Politici” (1601), “Atheismus triumphatus” (1605-1607), “Quod reminiscetur” (1606?), “Metaphysica” (1609-1623), “Theologia” (1613-1624), e la sua opera più famosa, La città del sole (1623), in cui vagheggiava l’instaurazione di una felice e pacifica repubblica universale retta su principi di giustizia naturale). Egli addirittura intervenne nel primo processo contro Galileo Galilei con la sua coraggiosa “Apologia di Galileo” (1616).
Fu infine scarcerato nel 1626, grazie a Papa Urbano VIII, che personalmente intercedette presso Filippo IV di Spagna. Campanella fu portato a Roma e tenuto per qualche tempo presso il Sant’Uffizio, e fu liberato definitivamente nel 1629. Visse per cinque anni a Roma, dove fu il consigliere di Urbano VIII per le questioni astrologiche. Nel 1634 però, una nuova cospirazione in Calabria, portata avanti da uno dei suoi seguaci, gli procurò nuovi problemi. Con l’aiuto del Cardinale Barberini e dell’ambasciatore francese de Noailles, fuggì in Francia, dove fu benevolmente ricevuto alla corte di Luigi XIII. Protetto dal Cardinale Richelieu, e finanziato dal Re, passò il resto dei suoi giorni al convento parigino di Saint-Honoré.

Il suo ultimo lavoro fu un poema che celebrava la nascita del futuro Luigi XIV (Ecloga in portentosam Delphini nativitatem). Il pensiero di Campanella prende le mosse, in età giovanile, dalle conclusioni cui era giunto Bernardino Telesio; egli si riallaccia quindi al naturalismo telesiano, sostenendo che la natura vada conosciuta nei suoi propri principi, che sono tre: caldo, freddo e materia. Essendo tutti gli esseri formati da questi tre elementi, allora gli esseri della natura sono tutti dotati di sensibilità, in quanto la struttura della natura è comune a tutti gli enti; quindi mentre Telesio aveva affermato che anche i sassi possono conoscere, Campanella porta all’esasperazione questo naturalismo, e sostiene che anche i sassi conoscono, perché nei sassi noi ritroviamo questi tre principi, ovvero caldo, freddo e massa corporea (materia).
Il naturalismo di Campanella, in conseguenza di ciò, comporta una gnoseologia essenzialmente sensistica: egli sosteneva infatti che tutta la conoscenza è possibile solo grazie all’azione diretta o indiretta dei sensi, e che Cristoforo Colombo aveva potuto scoprire l’America perché si era rifatto alla sensazione, non di certo alla razionalità. La razionalità deriva dalla sensazione: non esiste una conoscenza razionale intellettiva che non derivi da quella sensitiva.

Tuttavia Campanella, a differenza di Telesio, cerca di rivalutare l’uomo e pertanto afferma l’esistenza di due tipi di conoscenze: una innata, una sorta di autocoscienza interiore, e una conoscenza esteriore, che si avvale dei sensi. La prima è definita ‘sensus additus’, che è la conoscenza di sé, la seconda ‘sensus abitus’, che è la conoscenza del mondo esterno. La conoscenza del mondo esterno appartiene a tutti, anche agli animali; la conoscenza di sé, invece, appartiene solo all’uomo, ed è la coscienza di essere un essere pensante.

Campanella si rifà ad Agostino d’Ippona, poiché afferma che noi possiamo dubitare della conoscenza del mondo esterno, mentre non possiamo dubitare della conoscenza di sé. Questo sensus additus’ sarà poi il punto essenziale della filosofia cartesiana, che si basa sul ‘cogito’: io penso quindi esisto (cogito ergo sum).

Secondo Campanella, i tre principi, materia, caldo e freddo, di cui è composta la natura, sono frutto della creazione divina. Questo Dio però, a differenza del Dio di Telesio, che non si interessava del mondo, si manifesta continuamente nel mondo, attraverso le tre primalità: Potenza, Sapienza e Amore. A queste tre primalità si contrappongono quelle che noi chiamiamo le ‘potenze negative’, che possono variamente combinarsi alle primalità nell’ambito delle varie forme della magia che secondo Campanella governa tutte le cose del mondo. Essa fa orientare l’opera divina verso il bene oppure può contrastare l’opera divina, a seconda che sia una magia divina, cioè una manifestazione di Dio, o una magia diabolica, quindi che contrasta l’opera di Dio; esiste poi una magia umana, che può essere sia di discendenza divina che di discendenza diabolica. Come si manifesta questa magia?

La magia si manifesta attraverso delle sensazioni, che possono essere negative o positive: sensazioni che l’uomo coglie, e che gli fanno capire di essere parte integrante di un ordine universale; tuttavia, nonostante sia parte di questo ordine, può opporsi a tale ordine, e se si oppone all’ordine universale la magia è negativa, se invece si armonizza, ovvero cerca di seguire l’ordine universale, allora la magia è positiva. In base a queste premesse, Campanella si sofferma sulla religione che egli distingue in due tipologie: una religione naturale e religioni positive. La religione naturale è una religione che rispetta l’ordine universale dell’universo stesso; le religioni positive sono invece religioni che vengono imposte dallo stato. Poiché però, affermando questo, Campanella poteva essere condannato per eresia, forse per sfuggire alla condanna egli sostenne che religione cristiana è l’unica religione positiva, poiché è imposta dallo stato, ma al contempo coincide con l’ordine naturale (cui però aggiunge il valore della rivelazione). Tuttavia anche questa teoria della religione razionale contrastava con i dogmi della Chiesa della Controriforma. Egli sostenne, del resto, la superiorità del potere temporale su quello spirituale, individuando poi il potere supremo, di volta in volta, nella Spagna e poi nella Francia, a seconda di convenienze politiche e personali. Campanella fu autore anche di una importante opera di carattere utopistico, ovvero La Città del Sole.

Nella Città del Sole egli descrive una città ideale, utopistica, governata dal Metafisico, un re-sacerdote volto al culto del Dio Sole, un dio laico proprio di una religione naturale, di cui Campanella stesso è sostenitore, pur presupponendo razionalmente che coincida con la religione cristiana. Questo re-sacerdote si avvale di tre assistenti, rappresentanti le tre primalità su cui si incentra la metafisica campanelliana: Potenza, Sapienza e Amore. In questa città vige la comunione dei beni e la comunione delle donne. Nel delineare la sua concezione collettivista della società, Campanella si rifà a Platone (V sec. a.C.) e all’Utopia di Tommaso Moro (1517); fra gli antecedenti dell’utopismo campanelliano è da annoverare anche la Nuova Atlantide di Bacone.

L’utopismo partiva dal presupposto che, poiché non si poteva realizzare un modello di Stato che rispecchiasse la giustizia e l’uguaglianza, allora questo Stato si ipotizzava, come aveva fatto a suo tempo Platone; però è importante mettere in evidenza che, mentre Campanella tratta una realtà utopistica, Niccolò Machiavelli esalta realtà concreta o effettuale, e la sua concezione dello Stato non è affatto utopistica, ma assume una valenza di concreto metodo di governo della cosa pubblica. Significato e senso politico del pensiero di T. Campanella sfuggono ad ogni cliché ed interpretazione storiografica in cui lo si è finora relegato. Rimangono tuttora aperti molti aspetti della sua ricerca intellettuale, estremamente articolata e con sfaccettature a volte contraddittorie, per riconfigurarsi nella sua complessa molteplicità, lontano dal settarismo idealista come dalle ristrettezze di una duplice teocratica rivisitazione cattolica, da una antistorica visione laica come da un’angusta ideologia marxista. L’incertezza è già evidente nell’interpretazione della critica idealistica, che nei limiti di una conoscenza ancora incompleta dell’opera, coglie nel pensiero campanelliano un deciso orientamento in direzione del moderno immanentismo, contaminato tuttavia da residui del passato e della tradizione cristiana e medioevale.

Per Silvio Spaventa il Campanella è il “filosofo della restaurazione cattolica“, in quanto, la stessa proposizione che la ragione domina il mondo, è inficiata dalla convinzione che essa risieda unicamente nel papato.

Non molto dissimile la lettura di Francesco De Sanctis: “Il quadro è vecchio, ma lo spirito è nuovo. Perché Campanella è un riformatore, vuole il papa sovrano, ma vuole che il sovrano sia ragione non solo di nome ma di fatto, perché la ragione governa il mondo“.

Non sfugge qui una contaminazione che riconduce a Platone e Tommaso Moro e può far pensare al futuro socialismo scientifico di Karl Marx.

 

Miti e leggende

Filed under: Filosofia — czz56 @ 16:25
Tags: ,

Miti e leggende 

Mito, narrazione favolosa intorno agli dei, agli eroi e alle origini d’un popolo, che nasconde per solito in sé un alto significato della sapienza antica.

Leggenda, la tradizione di un fatto alterato dell’immaginazione, per lo più con fondo religioso o cavalleresco. Un fatto che esiste nella tradizione ma senza documenti che lo comprovino, o con documenti dubbi o alterati dall’immaginazione umana.

 Ruggero e la Fata Morgana

Prima della conquista di Messina, tolta al dominio arabo dai Normanni, il Gran Conte Ruggero d’Altavilla passeggiava, in un sereno giorno del 1060, lungo una spiaggia calabrese e osservando la costa peloritana, pensava come avrebbe potuto sottrarre i messinesi dal giogo dei musulmani che da duecento anni erano i padroni assoluti della “bianca colomba” sullo Stretto.

Il Normanno, soprappensiero, prosegue i suoi passi quando, improvvisamente, il tratto di mare davanti a lui comincia a ribollire e lentamente emerge dalle profondità marine una bellissima figura di donna che proprio qui, nello Stretto di Messina, ha il suo più splendido e ricco palazzo: è la Fata Morgana, sorella carnale di Re Artù d’Inghilterra.

Ruggero la vede salire su un carro bianco e azzurro misteriosamente apparso, tirato da sette cavalli bianchi con le criniere azzurre; scalpitanti, i magnifici destrieri stanno per dirigersi verso sud quando la Fata, accortasi della presenza del Gran Conte, lo invita a salire sul cocchio per condurlo in Sicilia dove troverà un potente esercito pronto a combattere contro gli Arabi.

Ruggero sorride e cortesemente risponde a Morgana: “Ti ringrazio dell’aiuto che vuoi offrirmi ma so che la Madonna e i santi mi proteggeranno e con le mie sole forze riuscirò a vincere, col valore delle armi, senza ricorrere alle magie e agli incantesimi che tu, gentilmente, vuoi mettere al mio servizio”.

Morgana per tre volte agita nell’aria immota la sua bacchetta e scaglia in mare tre sassi bianchi. Nel punto dove essi si inabissano, appaiono sulla superficie dell’acqua, prodigiosamente, castelli, palazzi, strade, alberi e foreste; tutto sembra così vicino al punto tale da essere raggiunto con un piccolo salto.

“Ecco la Sicilia! Raggiungi Messina e vi troverai un agguerrito e munitissimo esercito che ti consentirà di sconfiggere gli infedeli”.

Ruggero, con parole cortesi, ancora una volta rifiuta l’offerta della Fata e ribadisce che libererà la Sicilia dal paganesimo non con l’inganno, ma, con l’aiuto di Gesù Cristo e di sua madre, la Vergine Maria a cui ha consacrato la sua difficile impresa.

Morgana non insiste più. Agitando in aria la sua magica verga fa scomparire castelli, case, strade e vegetazione; poi, spronando i cavalli, si muove nel cielo incontro al sole che sta inondando di luce lo Stretto e si dirige verso l’Etna.

Chi ha avuto la fortuna di osservare questo strepitoso fenomeno ottico sul mare dello Stretto di Messina, ne ha riportato sempre l’impressione di qualcosa che sconfina nel magico e nel favoloso.  Ne fu talmente colpito nel 1643 il sacerdote Ignazio Angelucci che, non senza qualche esagerazione giustificata dall’entusiasmo e dall’emozione del momento, scrisse una lunga lettera a Padre Leone Sancio della Compagnia di Gesù a Roma, narrandogli con dovizia di particolari l’”arcana apparizione” cui aveva assistito trovandosi a Reggio Calabria.

“Accade – riferisce l’Angelucci – di tanto in tanto nello Stretto di Sicilia un naturale prodigio, che serve d’incanto ad ogni sguardo. In occasione, che sia caldissimo il giorno, e quietissimo il mare, si alza certo vapore, che i nativi del luogo chiamano Morgana, e meglio si può chiamare Teatro, nel quale si mostra in mille scene ogni più bella sorta di prospettiva”.

All’improvviso – prosegue il religioso – “il mare che bagna la Sicilia si gonfiò e diventò per dieci miglia in circa di lunghezza come una spina di montagna nera; e questo dalla Calabria spianò e comparve in un momento un cristallo chiarissimo e trasparente, che parea uno specchio, che colla cima appoggiasse su quella montagna di acqua e col piede al lido di Calabria. In questo specchio comparve subito di colore chiaro scuro una fila di più di dieci mila pilastri di uguale larghezza e altezza, equidistanti e di un medesimo vivissimo chiarore, come di una medesima ombratura erano gli fondati fra pilastro e pilastro”. A questa prima apparizione seguirono la formazione di un “gran cornicione”, di “Castelli Reali” in grande numero e di un “Teatro di colonnati, ed il Teatro si stese, e fecene una doppia fuga: indi la fuga de’ colonnati, diventò lunghissima facciata di finestre di dieci fila: della facciata si fè varietà di selve, di pini, e cipressi eguali, e di altre varietà d’alberi, e qui il tutto disparve; ed il mare con un poco di vento tornò mare”. Di questo suggestivo fenomeno, detto anche “Teatro Catottrico” e “Iride Mamertina”, testimoni in antico furono Damascio che narra di aver visto nel mare dello Stretto “Eserciti d’Uomini a cavallo, ed a piedi, mandrie di bestiami, selve…”, Aristotele, Policleto e Cornelio Agrippa; in epoche più recenti, nel Settecento, i sacerdoti Giuseppe Scilla e Domenico Monforte assistettero stupiti al fantasmagorico fenomeno.

Messina Ieri e Oggi

 

LA FONTANA DI GAMBARIE 20 agosto 2015

LA FONTANA DI GAMBARIE

fontana

Foto Antonino Cuzzola

(FOTO ANTONINO CUZZOLA)

La fontana di Gambarie è stata realizzata nel 2003 dall’architetto Gianluca Adami e dall’artista Corrado Sassi a seguito di un concorso bandito dal Parco dell’Aspromonte. Collocata al centro di piazza Mangeruca è particolarmente suggestiva in pieno inverno quando l’acqua che scende dalle lastre di cristallo si ghiaccia dando luogo ad un’infinità di minuscole stalattiti. L’effetto complessivo è quello di un unico blocco di ghiaccio. Sulle lastre di vetro è inciso un testo tratto dalla Carta dell’Aspromonte. Quando è estate la luce del sole proietta frammenti di questo testo a terra rendendolo leggibile.

(… Wikipedia …)

 

Sull’utilità e il danno della storia per la vita 19 agosto 2015

da …. Sull’utilità e il danno della storia per la vita

L’uomo chiese una volta all’animale: perché non mi parli della tua felicità e soltanto mi guardi? L’animale dal canto suo voleva rispondere e dire: ciò deriva dal fatto che dimentico subito quel che volevo dire – ma subito dimenticò anche questa risposta e tacque; sicché l’uomo se ne meravigliò. Ma egli si meravigliò anche di se stesso, per il fatto di non poter imparare a dimenticare e di essere continuamente legato al passato: per quanto lontano, per quanto rapidamente egli corra, corre con lui la catena.

È un miracolo: l’istante, eccolo presente, eccolo già sparito, prima un niente, dopo un niente, torna tuttavia ancora come spettro, turbando la pace di un istante posteriore. Continuamente un foglio si stacca dal rotolo del tempo, cade, vola via – e rivola improvvisamente indietro, in grembo all’uomo. Allora l’uomo dice “mi ricordo” e invidia l’animale che subito dimentica e che vede veramente morire, sprofondare nella nebbia e nella notte, spegnersi per sempre ogni istante.

(F. Nietzsche, Sull’utilità e il danno della storia per la vita)

 

Jean-Jacques Rousseau

Jean-Jacques Rousseau

«Non abbiamo bisogno di buoni politici, ma di buoni cittadini»
«L’uomo nasce libero, e ovunque è in catene»

«Non appena gli affari pubblici cessano di essere il principale interesse dei cittadini, e questi preferiscono occuparsi del loro portafogli piuttosto che della loro persona, lo Stato è già sull’orlo del disastro»

Jean-Jacques Rousseau (Ginevra, 28 giugno 1712 – Ermenonville, 2 luglio 1778) è stato un filosofo e compositore svizzero. Le idee politiche di Rousseau influenzarono la Rivoluzione Francese, lo sviluppo delle teorie socialiste, e la crescita del nazionalismo. La sua eredità di pensatore radicale e rivoluzionario è probabilmente espressa al meglio nella sua più celebre frase, contenuta nel Contratto sociale: “L’uomo è nato libero, ma ovunque è in catene“. Le sue teorie ebbero anche notevole influenza sul successivo Romanticismo.

Filosofia
Natura e Società
Rousseau vedeva una divaricazione sostanziale tra la società e la natura umana; affermava che l’uomo fosse, in natura, buono, un “buon selvaggio“, e venisse corrotto in seguito dalla società; vedeva questa come un prodotto artificiale nocivo per il benessere degli individui.
Il negativo influsso della società su un uomo altrimenti virtuoso, nella filosofia di Rousseau, ruota intorno alla trasformazione dell’amore di sé (amour de soi), inteso in senso positivo, nell’amor proprio (amour-propre), visto come negativo. L’amore di sé consiste nell’istintivo desiderio, posseduto dall’uomo come dagli altri animali, di autoconservazione; l’amore proprio, invece, generato dalla società, costringe l’individuo a paragonarsi agli altri esseri umani, portando all’infondata paura di non essere sufficientemente apprezzato, o al trarre piacere dalle debolezze e dal dolore altrui. Nel Discorso sulle scienze e le arti, Rousseau sostenne che le arti e le scienze non avessero apportato benefici all’umanità, in quanto non erano state prodotte per rispondere alle necessità umane, bensì generate dall’orgoglio e dalla vanità. Inoltre le arti e le scienze creavano occasioni per l’ozio e il lusso, contribuendo così alla corruzione dell’uomo.

Rousseau affermava che il progresso delle conoscenze avevano reso i governi maggiormente potenti, schiacciando così le libertà individuali. Concludeva quindi che il progresso materiale minacciasse la possibilità di costruire amicizie sincere, al cui posto subentravano gelosie, paure e sospetti. Nel successivo Discorso sull’ineguaglianza, illustrò il progresso e la degenerazione dell’umanità da un primitivo stato di natura sino alla società moderna. Rousseau suggeriva che gli uomini primordiali fossero individui isolati, diversi dagli altri animali unicamente per il possesso del libero arbitrio e per la capacità di perfezionarsi. Questi uomini primitivi erano dominati dall’impulso di autoconservazione (amore di sé) e da una disposizione naturale alla compassione e alla pietà verso i simili. Quando l’umanità fu costretta a vivere in comunità, a causa della crescita della popolazione, subì una trasformazione psicologica, in seguito alla quale cominciò a considerare come la buona opinione degli altri come un valore indispensabile per il proprio benessere.

Rousseau associava questa nuova forma di consapevolezza a un’età dell’oro della prosperità umana. Tuttavia, lo sviluppo dell’agricoltura e della metallurgia, e la conseguente creazione della proprietà privata e della divisione del lavoro, portarono a una crescente dipendenza reciproca degli individui e alla disuguaglianza tra gli uomini. La conseguente condizione di conflitto tra chi aveva molto e chi poco o nulla, fece sì, secondo Rousseau, che il primo Stato fu inventato come una forma di contratto sociale suggerito dai più ricchi e potenti. Difatti i ricchi e i potenti, tramite il contratto sociale, sanzionarono la proprietà privata, lo stato di fatto e quindi istituzionalizzarono la diseguaglianza come se fosse inerente alla società umana. Rousseau concepiva la propria proposta per un nuovo contratto sociale come un’alternativa a questa forma fraudolenta. Al termine del Discorso sull’ineguaglianza, Rousseau spiega come il desiderio di essere considerati dallo sguardo altrui, che si era generato durante l’età dell’oro, aveva potuto, sul lungo periodo, corrompere l’integrità e l’autenticità degli individui all’interno di una società, quella moderna, segnata dalla dipendenza reciproca, dalle gerarchie e dalle diseguaglianze.

Teoria politica
Il contratto sociale
L’opera più importante di Rousseau, probabilmente, è il Contratto sociale, in cui vengono proposte le basi per un ordine politico legittimo. Divenne uno dei titoli più influenti nella successiva teoria politica europea. Nei contenuti, proseguiva alcune idee già citate in un lavoro precedente, l’articolo sull’”economia politica” con cui Rousseau aveva contribuito all’Enciclopedia di Diderot. Rousseau affermava che lo stato di natura, degenerato in una condizione ferina priva di legge o morale, costringeva l’umanità ad adottare delle istituzioni o a perire. Nella fase degenerata dello stato di natura, l’uomo è soggetto a una competizione incessante coi suoi simili e, al contempo, a diventarne progressivamente dipendente. Una duplice tensione che minaccia sia la sua sopravvivenza che la sua libertà.

Secondo Rousseau, unendosi grazie al contratto sociale e abbandonando la loro pretesa di diritti naturali, gli individui possono conservare se stessi e al contempo restare liberi. Questo perché, sottomettendosi all’autorità della volontà generale del popolo in quanto entità unitaria, gli individui evitano di diventare subordinati alla volontà di altri individui; inoltre, in questo modo, ci si assicura che obbediranno alle leggi di cui saranno, essi stessi, autori collettivi.

Rousseau sostiene che la sovranità deve essere nelle mani del popolo, ma distingue nettamente tra sovranità e governo. Il governo è incaricato di eseguire e far rispettare la volontà generale, ed è composto da un piccolo gruppo di cittadini, definiti “scemi“. Rousseau si opponeva fortemente all’idea che il popolo potesse esercitare la propria sovranità tramite un’assemblea rappresentativa. Piuttosto, gli stessi cittadini dovevano essere i diretti autori delle leggi.
C’è chi ha dedotto che, di conseguenza, lo Stato ideale di Rousseau non possa essere realizzato in società di grandi dimensioni; ciò tuttavia forse non vale per i tempi più recenti, grazie ai progressi dei sistemi di comunicazione. La maggior parte delle dispute successive sull’opera di Rousseau riguardano il disaccordo sulla sua affermazione che i cittadini siano liberi in quanto costretti a obbedire alla volontà generale.

Pedagogia
Rousseau teorizzò un programma pedagogico basato sul concetto dell “educazione preventiva“, ossia di un’educazione che non inculca alcuna virtù, ma previene il vizio; non insegna la verità, ma preserva dall’errore consentendo il libero sviluppo della personalità. Rousseau espone la sua visione dell’educazione nell’Emilio, un libro parzialmente di fantasia, che racconta nei dettagli la crescita di un giovane ragazzo chiamato appunto Emilio, e guidato dallo stesso Rousseau. Rousseau lo porta nella campagna, il luogo che, per lui, è maggiormente congeniale alla natura umana, diversamente dalla città, dove rischierebbe di apprendere unicamente cattive abitudini, sia dal punto di vista fisico che morale. Obiettivo dell’educazione, dice Rousseau, è come imparare a vivere, e questo si ottiene seguendo un guardiano in grado di mostrare la strada per una vita buona.

La crescita del ragazzo è divisa in tre sezioni:

  1. la prima sino ai dodici anni circa, periodo in cui non è ancora possibile il pensiero complesso e i bambini, secondo Rousseau, vivono come animali;

  2. la seconda va dai dieci o dodici anni sino ai quindici, periodo in cui comincia a svilupparsi la ragione;

  3. la terza va dai quindici in su, periodo in cui il ragazzo va facendosi infine adulto.

A questo punto Emilio incontra una giovane donna con cui potrà completarsi. Il libro è basato sugli ideali di Rousseau di una vita sana. Il ragazzo deve imparare, dalla propria esperienza diretta, come seguire i suoi istinti sociali e proteggersi dai vizi dell’individualismo e dell’autocoscienza urbana.
Curiosamente, come altri grandi pedagoghi, non fu per nulla affettuoso padre dei suoi figli (che abbandonò in orfanotrofio), ma grande educatore al di fuori della famiglia.

Religione
Per apprendere appieno la posizione religiosa di Rousseau è necessario innanzitutto collocare le sue scelte in un ambito antropologico piuttosto che teologico. La grande “rivoluzione” compiuta dal filosofo, e che lo ha fatto diventare un modello di modernità, risiede nell’identificazione di alcune strutture universali e permanenti dell’esistenza umana.
Al riguardo sono fondamentali i concetti di “coscienza” e di “ragione”: la prima rappresenta per l’autore una voce interiore che serve da “bussola” nella valutazione morale del proprio e altrui comportamento e che appartiene alla natura umana (ma che tuttavia si sviluppa in una fase successiva all’ originario “stato di natura”); la seconda, che si sviluppa nel pensiero di Rousseau seguendo varie sfumature (da causa della corruzione della bontà originaria dell’uomo e quindi fondamento di tutti i suoi mali, a lume che lo porta ad uscire dall’immobilismo dello stato di natura) deve essere colta, nell’ambito del tema religioso, come prensione intuitiva fondamentale per la determinazione delle verità fondamentali.
La ragione per non essere distruttiva si deve fondare sul “sentimento” del “cuore”, da qui la critica all’autorità religiosa, al carattere sociale (e quindi corrotto) delle religioni positive, e da qui il dualismo anima-corpo, interiore-esteriore (natura-società), caratteristico del Rousseau, all’interno del quale la religione si colloca nel primo dei due termini: lo spirito religioso si sviluppa naturalmente nell’uomo, fa parte di un ambito individuale, intimo, interiore, si rivela nella sua semplicità e purezza spoglio di tutte le costruzioni apportate dalla cultura.
Le teorie di Rousseau furono particolarmente dibattute, al tempo, a causa dei giudizi in ambito religioso contenuti in esse. L’idea di Rousseau, che l’uomo fosse buono per riprodursi, era in contrasto con la dottrina del peccato originale; inoltre, la sua “teologia naturale”, esposta dal Vicario Savoiardo nell’Emilio portò alla condanna del libro sia nella Ginevra calvinista che nella cattolica Parigi. Nel Contratto sociale Rousseau afferma che i seguaci autentici di Gesù non potranno mai essere buoni cittadini, e quindi anche questo libro fu condannato a Ginevra.
Rousseau non fu comunque un ateo, anche se la sua fede e la sua filosofia contrastavano diversi principi del cristianesimo; inoltre, sempre nel Contratto sociale, afferma che per il benessere e la coesione dello Stato sia necessaria una religione, che contempli la fede in un dio unico, in una vita eterna e futura, e nella remissione dei peccati. In questo senso Rousseau è ritenuto fra i più coerenti teorici dell’intolleranza religiosa: secondo questa sua visione, lo Stato ha il diritto e il dovere di perseguire e sanzionare, in nome della volontà generale, coloro che non si adeguano alla confessione prevista dalla legge.

Eredità di Rousseau
Le idee di Rousseau ebbero una notevole influenza durante la Rivoluzione Francese, durante la quale, comunque, la sovranità popolare non fu esercitata direttamente dal popolo ma dai suoi rappresentanti: non si può quindi affermare che i governi rivoluzionari fossero un’applicazione effettiva della dottrina politica di Rousseau. In seguito scrittori come Benjamin Constant e Hegel accusarono le teorie di Rousseau di essere responsabili degli eccessi rivoluzionari, specialmente quelli del Terrore; tali accuse furono tuttavia oggetto di controversie. Rousseau fu il primo scrittore moderno ad attaccare in maniera decisa l’istituzione della proprietà privata, e per questo spesso è anche considerato un precursore del socialismo e del comunismo (tuttavia, Marx raramente cita direttamente Rousseau nei suoi scritti).

Rousseau, inoltre, contestava il principio che il volere della maggioranza fosse sempre corretto; secondo lui l’obiettivo del governo era assicurare libertà, uguaglianza e giustizia per tutti i cittadini, anche a dispetto della volontà della maggioranza. Uno dei principî fondamentali della filosofia politica di Rousseau è l’impossibilità di separare l’ambito prettamente politico da quello morale. Uno Stato che non riesca ad agire in modo morale fallisce nella sua funzione primaria, e cessa di esercitare un’autorità autentica sull’individuo. Lo Stato, secondo Rousseau, deve agire sugli individui per trasformarli ed emendarli da tutte le distorsioni morali generate da una società, come quella attuale, dominata dall’ineguaglianza.
Il secondo principio fondamentale è la libertà, che lo Stato deve difendere a ogni costo. Non si tratta tanto di una libertà intesa in senso liberale, ma una libertà morale e interiore, che consiste nell’indipendenza della personalità individuale dai valori fluttuanti e soggetti alle mode della maggioranza. Secondo Rousseau lo Stato ha il dovere di “costringere a essere liberi” i cittadini riluttanti a seguire la volontà generale. Per la volontà di riformare e trasformare l’uomo e per l’ideale di una comunità statale totale, Rousseau è stato visto anche come precursore delle successive utopie e persino degli Stati totalitari del XX secolo. Nell’Emilio Rousseau distingue tra un bambino sano e un bambino “inutile” e incapace.
Il bambino sano dev’essere l’unico obiettivo di ogni attività educativa. Rousseau sminuiva l’importanza della lettura, e raccomandava di sviluppare l’emotività del bambino prima che la sua ragione. Concedeva particolare importanza all’apprendimento tramite l’esperienza.
Nei suoi scritti principali Rousseau identifica la natura con lo stato primitivo dell’uomo selvaggio. Più tardi usa il termine “natura” per indicare la spontaneità del processo con cui l’uomo costruisce il suo istinto egocentrico (non inteso in senso negativo), basato sul proprio carattere e sul piccolo mondo che lo circonda. Natura significa qui interiorità e integrità, in opposizione alla prigionia e alla schiavitù che la società impone nel nome di una falsa emancipazione dalla barbarie. Tornare alla natura significa restituire l’uomo alle forze di questo processo naturale, ponendolo al di fuori dei legami oppressivi e dei pregiudizi della civiltà. Queste ultime idee fanno di Rousseau una figura particolarmente importante nel Romanticismo, dimostrandone le differenze rispetto all’Illuminismo, di cui comunque, per molti altri versi, faceva parte.
(wikipedia)

 

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: