Nino

Ah … il tempo mio nemico e strano …

BUONGIORNO PROFESSORE ÈTHOS – PÀTHOS – LOGOS 29 novembre 2015

BUONGIORNO PROFESSORE

ÈTHOS – PÀTHOS – LOGOS

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(Foto Antonino Cuzzola)

ÈTHOS

Nel linguaggio filosofico e delle scienze sociali, il costume, la norma di vita, la convinzione e il comportamento pratico dell’uomo e delle società umane, e gli istituti con cui si manifestano storicamente: è l’oggetto proprio dell’etica.

PÀTHOS

Termine tecnico della retorica greca che indica l’insieme di passionalità, concitazione, grandezza proprio della tragedia. 

LOGOS

Voce greca, λόγος, il cui significato oscilla tra “ragione”, “discorso” (interiore ed esteriore) e “parola”.

 

CERCANDO LE PAROLE SI TROVANO I PENSIERI

CERCANDO LE PAROLE SI TROVANO I PENSIERI

Foto Antonino Cuzzola

Foto Antonino Cuzzola

(Foto Antonino Cuzzola)

E’ gradito un commento ……

 

LA FOTOGRAFIA 28 novembre 2015

LA FOTOGRAFIA 

Fare fotografie, guardare fotografie, sono ormai parte della nostra vita quotidiana.

Influenzano il nostro modo di vedere, impongono tutta una serie di modelli cui adeguarsi, offrono informazioni con obiettività e autenticità, diventano strumenti di ricerca e di analisi in ogni settore della scienza e della tecnica.

Ma il fenomeno non si limita a promuovere una serie di pratiche fotografiche; instaura anche un nuovo rapporto con la realtà, crea una nuova visione del mondo.

Tentare un approccio, sia pure a largo raggio, può aiutare a cogliere le implicazioni psicologiche e sociali del fenomeno e verificare la funzione ed il ruolo della fotografia nell’ambito degli strumenti della comunicazione.

Può aiutare soprattutto ad apprendere questo secondo alfabeto, tutto iconico, con cui ci si scambiano informazioni e messaggi con la stessa facilità e frequenza con cui si parla.

Quando si guarda una fotografia, se ne coglie immediatamente il significato globale:

  • lettura simultanea ed istintiva del “che cosa” viene rappresentato ;

  • molteplicità delle sensazioni suscitate dal “che cosa” nell’animo dell’amatore.  

Tuttavia, l’analisi di un’immagine non può limitarsi all’impatto iniziale in cui prevale l’aspetto istintivo ed emotivo; deve cercare di individuare anche gli elementi essenziali del pensiero contenuto nell’immagine, lungo un ideale percorso di lettura che non tralasci i fattori tecnici con cui una foto è stata realizzata.

Infatti, chi scatta una fotografia comincia ad isolare ed incorniciare particelle di mondo, con un atto di ritaglio che non è casuale.

Le scelte tecniche, predeterminate da chi usa la macchina fotografica, non solo risultano indispensabili alla realizzazione dell’immagine, ma si rivelano elementi formativi dell’immagine stessa, con elevato valore espressivo e culturale.

E’ questa la mia proposta che nella raccolta fotografica, offre il duplice percorso di produzione reale e produzione personale.

Per me la fotografia è una forma di scrittura, cioè un sistema di segni con cui un emittente (chiunque scatti una foto, o la ritagli, la scelga, la usi) trasmette ad un destinatario un messaggio.

Il messaggio viene compreso anche se non si ha un comune codice di riferimento, in quanto la fotografia, pur avendo delle regole che associano la forma o significante con il significato dei segni offre a ciascuno la possibilità di accostarsi all’opera d’arte, comprenderla e farla propria.

Io ritiengo che ogni fotografia è un vero e proprio “atto” linguistico, indissolubilmente legato alle situazioni espressive e comunicative.

A mio avviso, infatti, l’atto di comunicazione non si riduce alla trasmissione delle cose da dire e del come esprimerle, ma si completa con gli effetti e le reazioni non sempre prevedibili. Infatti, chiunque intenda “leggere” le mie fotografie, si deve porre in una duplice posizione: da una parte interrogarsi “dentro” per avere informazioni, conoscere il fatto, ragguagliarsi su contenuti storici, culturali e sociali per comprendere meglio l’autore con le sue idee, emozioni e sentimenti; dall’altra intervenire personalmente sul testo visivo, averne consapevolezza partecipare con il proprio patrimonio di conoscenze, esperienze e sensibilità.

La fotografia è linguaggio, sia perché tende a stabilire una situazione comunicativa, sia soprattutto perché, avvalendosi di tratti visivi che hanno valore di segno, si presenta come insieme di segni che, interagendo tra loro, costituiscono un vero e proprio percorso emotivo e culturale.

Chi osserva le mie fotografie, individua senz’altro ciò che vi è raffigurato, ma coglie anche qualcosa che va al di là di ciò che è materialmente rappresentato nel “rettangolo di carta”.

L’icona fotografica comunica immagini ed idee fondate sia sul codice della percezione visiva, quindi, in un certo senso “universale” sia sul codice socioculturale di chi guarda (e quindi soggettivo e personale).

Nel guardare la raccolta fotografica occorre anche tener conto: 

  • sia delle modalità con cui il messaggio fotografico è stato realizzato;

  • sia delle reazioni individuali stimolate dall’immagine in se stessa e dal vissuto personale.

CHE COS’E’ FOTOGRAFIA?

Io reputo che la fotografia è “un’invenzione della mente”, con cui un artista riesce a superare i confini delle realtà convenzionali, ed attraverso un particolare linguaggio fatto di forme, funzioni, atti linguistici ed un simbolismo individuale riesce a guardare al passato e vivere il presente con equilibrio ed armonia.

Le immagini che propongo tracciano un sentiero da percorrere per raggiungere le leggi della convivenza e per proporre una autentica civiltà e cultura integrata dall’arte: un messaggio razionale, intellettuale, comunque ricco di sensibilità e di irrazionalità che consente al viandante di viaggiare nell’iperrealismo dove il pensiero diventa creatura immersa nel “cosmico”.

 

UN GATTO

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UN GATTO

gatto

(FOTO ANTONINO CUZZOLA)

 

IL SANTUARIO DELLA MADONNA DI POLSI

 IL SANTUARIO DELLA MADONNA DI POLSI

Ai piedi di Montalto, massima cima del massiccio aspromontano, in una profonda e solitaria vallata dalle alte e scoscese pareti, sorge il Santuario dedicato alla Madonna della Montagna di Polsi. Il santuario è uno dei più noti centri mariani del meridione.  È raggiungibile da San Luca percorrendo una strada sterrata lunga circa 13 km e si trova in una suggestiva conca ai piedi del Montalto, una delle cime più alte dell’Aspromonte.

Originariamente, forse fu romitorio di uno o più monaci bizantini spinti verso i confini dell’impero dalla furia iconoclasta degli imperatori isaurici; o di qualcuno di quei monaci fuggiti dalla vicina Sicilia, durante la conquista araba dell’isola nel IX° secolo, ritiratosi in preghiera in quei luoghi solitari ed inaccessibili. Poi il sito fu abbandonato; forse a causa dell’estremo disagio e del rigore invernale.

La leggenda vuole che nel secolo XI, nel posto dove ora sorge la chiesa, sia stata rinvenuta da un pastore, una strana Croce di ferro, dissotterrata miracolosamente da un torello. La Croce è tutt’oggi conservata nel Santuario.

Croce di Polsi

(FOTO ANTONINO CUZZOLA)

A questo miracoloso rinvenimento si fa risalire l’origine del monastero che fu, per alcuni secoli, sotto la cura dei monaci dell’ordine di San Basilio Magno, praticanti il rito greco. Fu questo il periodo spiritualmente più ricco e intenso del monastero. Il monastero era certamente, già, attivo nel 1453 quando ricevette la visita del monaco Anastasio Chalkèopoulos redattore di una mappa di tutti i conventi e le chiese della regione. Verso la fine del secolo XV, il sacro luogo passò sotto il governo di Abati commendatari, spesso dimoranti lontano da Polsi, interessati soltanto alle ricche prebende e rendite.

Il Santuario subì un lento e graduale declino fino al secolo XVII. Fu durante la prima metà di questo secolo che, il Vescovo di Gerace Idelfonso del Tufo, iniziò un’ispirata opera di rinascita culturale e religiosa a favore del Santuario. Programmò ed eseguì una serie di lavori e ricostruzioni che in breve cambiarono radicalmente il pio luogo. Ingrandì la chiesa e la rese più accogliente, la impreziosì con stucchi e decorazioni, secondo l’uso del tempo; fece di una piccola e modesta chiesetta di campagna, un vero tempio mariano, conservando, però, il bel campanile bizantino.

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(FOTO ANTONINO CUZZOLA)

Ripristinò il convento e le case intorno; ravvivò nel popolo della diocesi il culto e la fede verso la Madonna della Montagna, che del resto non si era mai spento. Il Santuario ritrovò lo splendore spirituale delle origini e divenne il santuario più conosciuto della Calabria, meta di pellegrini anche dalla vicina Sicilia.

 

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(FOTO ANTONINO CUZZOLA)

Nel 1784 la Cassa Sacra, istituita per raccogliere fondi da destinare alle popolazioni colpite dal terribile terremoto del 1783, fece requisire al Santuario tutti gli arredi preziosi e le suppellettili sacre. L’ufficiale che eseguì la requisizione mise insieme più di un quintale tra oro e argento. Il Monastero subì anche la razzia del bestiame e delle derrate alimentari.

 

Madonna Polsi

(FOTO ANTONINO CUZZOLA)

Nella chiesa di Polsi si venera un bellissimo simulacro della Madonna, in pietra tufacea, scolpito a tutto tondo da maestranze siciliane o napoletane. Nulla si sa dell’arrivo di questa statua nella valle, a parte le leggende. Alcuni autori, tra i quali Corrado Alvaro, ritengono che il trasferimento sia avvenuto verso la metà del secolo XVI. Del secolo XVIII è, invece, la statua lignea della Madonna; di essa si conosce la data d’arrivo a Polsi (1751) e il nome del donatore: Fulcone Antonio Ruffo principe di Scilla.

Il reperto più misterioso e, per certi versi inquietante, è la strana piccola Croce di ferro, dalla cui asta centrale si sviluppano due braccia dalle volute irregolari e singolari, non riscontrabili in nessun altro tipo di Croce.

Croce di Polsi

(FOTO ANTONINO CUZZOLA)

Sarebbe la Croce scavata dal torello e rinvenuta dal pastore vagante per i monti, alla ricerca del bovino smarrito, da cui è nato il culto polsino.

Il monastero conserva anche un’antica icona del tipo Brephokratausa del gruppo iconografico Odigitrìa (La vergine che reca il bambino).

Notevole è la Via Crucis, con le stazioni in bassorilievi bronzei, culminante con la statua del Cristo risorto (opera dello scultore calabrese Giuseppe Correale) il cui itinerario si snoda, per più di un chilometro, su un’erta boscosa, tra castagni e querce centenarie.

Dello stesso scultore sono le bellissime porte bronzee della chiesa, istoriate con episodi biblici e scene che ricordano i miracoli attribuiti alla Madonna.

porta

(FOTO ANTONINO CUZZOLA)

Preziosi i cancelletti della balaustra dell’altare maggiore, opera del celebre scultore calabrese Vincenzo Jeraci.

In un piccolo museo, all’interno del Convento, sono conservati oggetti preziosi di varie epoche, paramenti sacri, immagini, libri e pergamene, ex voto, che sintetizzano la vera storia del Santuario.

Dopo il 1700, superata un’epoca di decadenza, il Santuario della Madonna della Montagna riprese vita, con pellegrinaggi frequenti da gran parte della Calabria e della Sicilia orientale. 

I vescovi di Gerace (ora di Locri-Gerace) e i rettori del Santuario si sono gradualmente adoperati a meglio indirizzare una religiosità popolare non priva, nel passato, di aspetti truculenti (come lo strusciare la lingua per tutta la lunghezza della chiesa).

Madonna Polsi

(FOTO ANTONINO CUZZOLA)

Oggi i pellegrini esprimono la loro devozione con i canti e le tarantelle che precedono e seguono la celebrazione della messa, e con i doni votivi.

Tra questi è tipico di Polsi che i genitori di bambini scampati a gravi malattie spoglino la loro creatura sull’altare della Madonna e regalino al Santuario il vestitino assieme a oggetti d’oro o somme di denaro.

http://www.locride.altervista.org/polsi.htm

 

MADONNA DELLA CONSOLAZIONE 24 novembre 2015

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MADONNA DELLA CONSOLAZIONEquadrobicolore

(FOTO ANTONINO CUZZOLA)

 

MADONNA DELLA CONSOLAZIONE

Note storiche

(sulla religiosità  e la devozione)

1532
I Cappuccini di Valletuccio, su invito dell’Arcivescovo Girolamo Centelles, si  trasferiscono  all’Eremo, su terreno donato dal nobile Giovan Bernardo Mileto, dove sorge una Cappelletta dedicata alla Madonna della Consolazione, venerata in una immagine di piccole dimensioni.

1547
Il nobile Camillo Diano, per una nuova chiesa del Convento, necessariamente più grande per l’aumentato numero dei Frati e per la devozione sempre crescente del popolo alla Madonna, offre il nuovo quadro, nella materia, nella composizione e nelle misure come oggi si presenta, chiamando a realizzarlo  il pittore Nicolò Andrea Capriolo, che vi introduce le figure di San Francesco e Sant’Antonio, nei quali presumibilmente sarebbero raffigurati i benefattori del Convento, rispettivamente, il Diano e il Mileto. 
Sembra che il vecchio dipinto, rimasto di proprietà del Diano, e dallo stesso portato in un suo palazzo a Malta, sia stato da lì trafugato da truppe Napoleoniche. 
Tuttavia, fino agli anni ’80, nel Convento si è custodito gelosamente, affidandolo direttamente alle mani del P. Provinciale, un piccolo quadro della Madonna col Bambino in braccio, rilevante per qualità e antichità di fattura. Oggi, il quadretto si trova nel Convento del Monte di Catanzaro, sede della Curia Provincializia.

1567-1577
Terribile pestilenza, durante la quale i Cappuccini si distinguono per l’assistenza  prestata agli ammalati.

Da questa pestilenza nasce la particolare devozione di Reggio alla Madonna della Consolazione. Infatti, al pio frate Antonino Tripodi, in preghiera davanti al Quadro, appare la Madonna, che lo informa della cessazione della pestilenza. Viene avvertito il Governatore, che dispone subito un pellegrinaggio all’Eremo, cui partecipa tutto il popolo. 

1636
Una nuova epidemia semina dolori e lutti. Il Quadro della Madonna viene portato in  città (per la prima volta) ed esposto in Duomo.    

1656   
Nuova pestilenza nel Meridione. Nella zona si registrano solo pochi casi a S. Cristina. Il Quadro viene portato in città, dove non si verifica alcun caso di contagio.
1657 (24 Giugno): 

Il notaio Cristoforo Latella roga un atto pubblico, sottoscritto dai rappresentanti di  tutte  le classi  sociali  cittadine, con  cui  Reggio si lega alla offerta annuale di un cero votivo da presentare il 21 Novembre, festeggiando solennemente la Madonna.

1672
La carestia colpisce ancora.  Il Quadro viene portato in città: improvvisamente giungono in porto navi cariche di generi alimentari, costrette a fermarsi a Reggio da una improvvisa tempesta di vento.

1693
Gravi terremoti sconvolgono Calabria e Sicilia; a Reggio si subiscono pochi danni.  L’Effigie viene nuovamente portata in città e le si appongono: una cornice d’argento, dono dei cittadini, due corone d’argento, date dal Sindaco e un velo di raso cremisi, offerto dal Capitolo.

Prendendo spunto dal fatto che Papa Innocenzo XI ordina che in tutta la Chiesa si celebri il Nome di Maria nella Domenica successiva all’ 8 Settembre, festa della Natività della Vergine, (Celebrazione del Nome di Maria che, con il Rinnovamento liturgico, viene poi fissata definitivamente al 12 Settembre), Reggio sceglie quel giorno per festeggiare la Madonna della Consolazione, legando così il titolo speciale di Consolatrice al Santo Nome di Maria, e decide di prepararsi alla festività celebrando la Madonna nei sette sabati precedenti.

E’ l’inizio della tradizione dei festeggiamenti di Settembre che dura fino ai giorni nostri.

1696-1719
Altri terremoti. La popolazione di Reggio ricorre fiduciosa alla Madonna della Consolazione.

1722 (15 Settembre)

Solenne incoronazione della Vergine e del Divin Figlio con due corone d’oro offerte  dal Capitolo di San Pietro in Roma, che suole coronare ogni anno una della Sacre Immagini di Maria Vergine più insigni per miracoli. Il nome della Madonna della Consolazione di Reggio, imbussolato con altri, risulta prescelto.

1743-1744
Nuova pestilenza. Voto delle nobili Signore reggine di vestire per dieci anni abiti di lutto, bruciando nella piazza gli abiti più ricchi e donando al Quadro della Madonna le gioie più preziose.

1752 (26 Agosto)

La Sacra Congregazione dei Riti, con Decreto, conferma il Patrocinio della Madonna della Consolazione a Reggio.

1753 (7 Luglio)

La stessa Sacra Congregazione concede che la Festa della Madonna della Consolazione si possa celebrare il Martedì successivo alla Festa della Natività di Maria.

1783
I Cappuccini sono costretti a lasciare l’Eremo. Vi ritornano nel 1796.
Brilla fra loro il Ven. P. Gesualdo Melacrinò, che muore il 28 Gennaio 1803 e viene sepolto all’Eremo.

1809
I Francesi scacciano di nuovo dal Santuario i Cappuccini, che vi ritornano in seguito alla Restaurazione.

1836-1847
La Madonna protegge Reggio in occasione della epidemia colerica e della siccità. Si rinnovano imponenti manifestazioni di fede e devozione.

1854
Una nuova epidemia di colera, che provoca in altre città dolorosi lutti, sfiora appena Reggio: con le offerte pervenute al Santuario, da parte dei cittadini riconoscenti alla Vergine, viene rifatta la cornice d’argento del quadro.

1908 (28 Dicembre)

Il terremoto provoca danni al Santuario, che crolla in buona parte. Il Quadro e la Vara non subiscono danni.

1909 (6 Maggio)

Il Quadro viene riportato in Città, per consentire i lavori di ricostruzione del Santuario.

1910
Inizia la ricostruzione del Santuario con un padiglione, donato da S. Pio X, che crolla durante i lavori, a causa di un forte vento (30 Luglio 1910).

1911 (23 Luglio) 

Il Quadro viene riportato all’Eremo e ospitato in una modesta baracca provvisoriamente approntata.

1912 (28 Luglio)

Viene inaugurato il nuovo Santuario, costruito in breve tempo, con ossatura di legno e rivestimento in mattoni.

1930 (Maggio)

Il Quadro viene portato in Cattedrale durante il Congresso Mariano, in cui si propone una nuova incoronazione della Madonna.

1936 (15 Settembre)

Alla presenza di moltissimi Vescovi, di tutte le autorità cittadine, e di una enorme folla, il Card. Alessio Ascalesi, Arcivescovo di Napoli, incorona solennemente la Madonna della Consolazione e il Bambino, con due preziose corone, realizzate con l’oro raccolto presso la popolazione di Reggio ed eseguite a Napoli, con fasce di base recanti incastonati rubini e zaffiri e parti terminali formate da stelle di perle e brillanti di diversa grandezza, disposte a raggiera. In questa occasione, la madre di Mons. Basilio Abenavoli, Canonico del Capitolo e  Sacrista Maggiore della Cattedrale, fa dono della perla centrale della corona della Madonna.

Il Cardinale ringrazia l’Arcivescovo Pujia per aver voluto con “delicato pensiero” che un “Messale nuovissimo, artisticamente rilegato, venisse per la prima volta usato nel solenne Pontificale” da lui presieduto, e per “l’infiammato zelo” con cui “ha preparato la festa dell’Incoronazione del prodigioso Quadro della Madonna della Consolazione”.
(V.: Pagine fuori testo di Approfondimento: Documentazione in merito: Foto e Scambio epistolare fra i due Presuli)

1948 (Febbraio-Maggio)

Si svolge la “Peregrinatio Mariae” voluta dall’Arcivescovo Mons. Lanza: il Quadro della Madonna sosta in tutte le Parrocchie dell’Arcidiocesi, suscitando imponenti manifestazioni di fede.

1954 (7 Dicembre)

1° pietra  del  nuovo  Santuario, in cemento armato. 

Il progetto è affidato all’Arch. Anna Sbaraccani Anastasi, di Roma.

1965 (30 Luglio)

Benedizione del nuovo edificio.

1972 (6 Gennaio)

Il Santuario dell’Eremo è proclamato Basilica Minore.

1982
Ignoti rubano il Quadro, che viene ritrovato dopo pochi giorni nelle vicinanze della Basilica.

http://www.cattedralereggiocalabria.it/la-madonna-della-consolazione/note-storiche

 

“U BALLU RU SCECCU”

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“U BALLU RU SCECCU”

u ballu ru sceccu

(FOTO ANTONINO CUZZOLA)

“U Ballu du Sceccu”

Durante le feste patronali che si svolgono durante l’anno, nel reggino, è usanza tipica fare il Ballu du Camiddhu (Ballo del Cammello): una struttura realizzata in canna di palude, originariamente con la forma di un cammello e successivamente con la forma di un asino in dialetto: sceccu, da cui la denominazione U Ballu du Sceccu.

Dalla struttura fuoriescono dei petardi e fuochi d’artificio, che vengono accessi all’inizio della danza: U Sceccu viene “ballato” lentamente a suon di tarantella da una persona che si cela dentro la struttura dell’asino e durante il ballo, i fuochi di artificio illuminano la gente che assiste allo spettacolo pirotecnico.

Ad annunciare la fine del ballo è u sceccu  stesso, che dopo aver esploso i petardi dalle varie parti del corpo, alla fine li esplode velocemente dalla “coda“, che gira vorticosamente.

Il significato del Ballu du Camiddhu è l’esorcizzare e ricordare la cacciata dell’invasore turco dai territori della Calabria, dopo vari secoli di dominazione che portarono alla sottomissione e povertà delle popolazioni locali: il cammello, infatti simboleggia tale popolo e la sua “morte” tramite i fuochi pirotecnici durante il ballo, allegoricamente conferma la cacciata e quindi la sconfitta dell’invasore turco dalle terre calabre.

 

 

 
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