Nino

Ah … il tempo mio nemico e strano …

– COSTITUZIONE ITALIANA – ARTICOLO 11 31 dicembre 2015

– COSTITUZIONE ITALIANA – ARTICOLO 11

– ITALIAN CONSTITUTION – ARTICLE 11

Costituzione Italiana

(FOTO ANTONINO CUZZOLA)

L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia tra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni rivolte a tale scopo.

 

BUON 2016

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BUON 2016

GOOD YEAR

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Vi auguro un nuovo anno ricco di matematica:

addizionando il piacere,

sottraendo il dolore,

moltiplicando la felicità,

dividendo l’amore con le persone a

Voi più care.

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UOMO DEL MIO TEMPO 29 dicembre 2015

 

UOMO DEL MIO TEMPO

MAN OF MY TIME

  Foto Antonino Cuzzola (Inedita)

UOMO DEL MIO TEMPO

Sei ancora quello della pietra e della fionda,
Uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,
Con le ali maligne, le meridiane di morte,
T’ho visto dentro il carro di fuoco, alle forche,
Alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,
Con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
Senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,
Come sempre uomo del mio tempo e, come uccisero i padri, come uccisero
Gli animali che ti videro per la prima volta.


E questo sangue odora come nel giorno
Quando il fratello disse all’altro fratello:
“Andiamo ai campi.” E quell’eco fredda, tenace,
È giunta fino a te, dentro la tua giornata.
Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue
Salite dalla terra, dimenticate i padri:
Le loro tombe affondano nella cenere,
Gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.

Salvatore Quasimodo

 

“… LA SPIAGGIA COM’E’ VUOTA, QUASI INUTILE DI MARZO …” 27 dicembre 2015

“… LA SPIAGGIA COM’E’ VUOTA, QUASI INUTILE DI MARZO …”

(F. Guccini)

Foto Antonino Cuzzola

Foto Antonino Cuzzola

           (Foto Antonino Cuzzola)

https://www.youtube.com/watch?v=Om_oAGJ_NpU&index=51&list=PLe-zqV0YVbgmVicwpKHTUMcfIbkKBTEqO

 

 

IL MITO DI SISIFO

IL MITO DI SISIFO

 Il mito di Sisifo

(Foto Antonino Cuzzola)

Si fatica inutilmente e bisogna ricominciare. Ecco il mito di Sisifo che occorre infrangere.

La mitologia greca  – con Dei, semidei e comuni mortali, protetti per certe encomiabili e sovrumane doti, o per capriccio, dagli stessi Dei –  è ricca di un’aneddotica singolare, intricata e talvolta incomprensibile con un groviglio di nomi, parentele, vendette, gelosie, punizioni, metamorfosi miracolose, simulazioni, assenza di autocontrollo e spirito protettivo di casta.

Dai racconti mitologici vengono fuori Dei buoni e cattivi, crudeli, con i molteplici difetti della natura umana. Sisifo, figlio del re Eolo della Tessaglia, fondò la città di Corinto e divenne celebre per la sua astuzia anche nei confronti degli Dei; gli appassionati della mitologia greca sanno che Sisifo riuscì a incatenare Tanato (Dio della morte) poi liberato da Ares. Erano lotte senza esclusione di furbizie, anche se un contendente era “mortale”.

Sisifo fece lo spione quando Zeus rapì Egina, la bellissima ninfa della quale s’era invaghito: informò dell’accaduto il padre di lei, Asopo, ottenendo in dono una sorgente perenne. Naturalmente Zeus andò in collera… Infine quando Sisifo morì, fu condannato, per tutte le scelleratezze commesse, nel Tartaro – la parte più profonda dell’Universo, il corrispettivo dell’Inferno dantesco –  a questa eterna pena: doveva sospingere un masso su per un’erta collina; appena giunto alla sommità il masso rotolava verso valle sì da costringere il povero Sisifo a ricominciare il suo penoso lavoro, senza tregua.

Ci sono ragguagli letterari a testimonianza di tutto ciò:

Ulisse scese nel Regno dei morti e questo constatò, come ci narra il sommo Omero

“Sisifo pure vidi che pene atroci soffriva

Una rupe gigante reggendo con entrambe le braccia
Ma quando già stava per superare la cima,
allora lo travolgeva una forza violenta
di nuovo al piano rotolando cadeva la rupe maligna”
(Odissea, libro XI versi 593-598)

 E come accennano Seneca (nell’ “Agamennone” 16-17):


“Laggiù dove il vano lavoro di Sisifo è ogni volta deluso dal sasso che ritorna indietro”

e Ovidio (nelle “Metamorfosi” IV-460):

“Tu, o Sisifo, o insegui o spingi il masso destinato a ritornare indietro”

 

 

Merry Christmas 26 dicembre 2015

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Merry Christmas

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(FOTO ANTONINO CUZZOLA)

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(FOTO ANTONINO CUZZOLA)

 

Charles Baudelaire – I FIORI DEL MALE – Al Lettore 25 dicembre 2015

Charles Baudelaire

I FIORI DEL MALE

Al Lettore

Al Lettore

(Foto Antonino Cuzzola)

Charles Baudelaire

(Parigi, 9 aprile 1821 – Parigi, 31 agosto 1867) è stato un poeta, scrittore, critico letterario e traduttore francese. Nacque dall’unione di un funzionario di stato sessantenne ex-sacerdote con la passione per la pittura, Joseph-François Baudelaire, e la ventisettenne Caroline Archimbaut-Dufays. All’età di sei anni restò orfano del padre. Caroline decise così di sposare Jacques Aupick, un tenente colonnello che, a causa della sua rigidità, si guadagnò ben presto l’odio del giovane Charles.

L’OPERA DI BAUDELAIRE

L’opera di Baudelaire, che avvertì la crisi irreversibile della società del suo tempo, è varia e complessa. La sua poesia, incentrata sulla perfezione musicale dello stile (egli stesso lo definì “matematico”), aprì la strada al simbolismo e allo sperimentalismo, che avranno forti ripercussioni nella poesia del Novecento. Particolare importanza ebbero anche i suoi lavori di critico e di studioso di problemi estetici; i suoi scritti furono raccolti e pubblicati postumi col titolo Curiosità estetiche e Diari intimi nel 1909.

Baudelaire non appartenne a nessuna scuola, fu indipendente, nonostante la sua poesia derivi direttamente dal romanticismo. Sebbene i sentimenti che lo ispirarono fossero puramente romantici, seppe esprimerli in una forma nuova, attraverso dei simboli che riflettevano le sensazioni del mondo inconscio.

Fu il poeta della città “febbrile“, pervertita, dei vizi e delle miserie degli uomini, ma anche la ricerca ansiosa dell’ideale, il desiderio e la paura della morte, la fuga dalla vita monotona e normale, la complessità e le contraddizioni dell’uomo, furono temi ricorrenti della sua poesia. Nella poesia L’homme et la mer, tratta da Les Fleurs du mal, Baudelaire compara il mare all’animo umano. L’immensità della distesa marina, la mutevolezza delle sue onde, diventano immagini simboliche che corrispondono ai diversi aspetti e al mistero dell’animo umano.

L’esasperazione della ricerca romantica si razionalizza nella coscienza dell’avvenuta frattura storica tra l’immagine dell’arte e la sostanza della vita, tra idéal e spleen. La negazione della morale collettiva e la rappresentazione del male, del demoniaco, del grottesco vengono ideologicamente poste a fondamento della vita così come della poesia.

Il poeta, scrive Baudelaire, è come l’albatro. L’albatro domina col suo volo gli spazi ampi: le sue grandi ali lo rendono regale nel cielo ma se gli capita di essere catturato dai marinai si muove goffo e impacciato sul ponte della nave e diventa oggetto di scherzi e di disprezzo; e sono proprio le grandi ali che lo impacciano nel muoversi a terra.

Anche il poeta è abituato alle grandi solitudini e alle grandi profondità delle tempeste interiori e in queste dimensioni domina sovrano; anche lui come l’albatro può sembrare goffo e impacciato nella realtà quotidiana, nella quale non si muove a suo agio. Il poeta insomma ha il dominio della realtà fantastica, ma nella realtà quotidiana è un incapace e riceve l’incomprensione e il disprezzo degli uomini, esattamente come accade all’albatro.

Il poeta è venuto sulla terra per interpretare la realtà alla luce del suo sogno, ribelle alle convenzioni, inabile alla vita pratica, destinato a gettare il discredito sulle comuni passioni, a sconvolgere i cuori, a testimoniare per mezzo dell’Arte d’un mondo magicamente e idealmente perfetto. Per questo il poeta è deriso e perseguitato; per questo Baudelaire nel 1857 venne processato per il suo capolavoro I fiori del male, accusato di immoralità.

Charles Baudelaire

FIORI DEL MALE

AL LETTORE

L’errore, la stoltezza, i laidi trascorsi
ci attanagliano l’anima, crucciando i nostri petti;
noi sottoliniamo i nostri amabili rimorsi
come i pezzenti nutrono i loro immondi insetti.

Son tenaci i peccati e vili pentimenti;
ci confessiamo chiedendo una mercede abietta,
poi sulla via melmosa ritorniamo contenti,
credendoci detersi da qualche lacrimetta.

Satana Trimegisto, accanto all’origliere
del peccato, ci culla rapiti lungamente, 
e il metallo del nostro indomito volere
fonde, appena lo tocca quel chimico sapiente.

I fili ci muovono, il Diavolo le tiene!
Ci avvincono le cose ripugnanti e bestiali;
senza orrore ogni giorno, fra le tenebre oscene,
ci avviciniam d’un passo alle porte infernali.

Come un vizioso povero che bacia e succhia il seno
vizzo e martirizzato d’una sordida trecca, 
noi rubiamo passando il piacere terreno
e lo spremiam rabbiosi come un arancia secca.

Entro il nostro cervello, come un groppo di vermi,
un popolo di dèmoni gozzoviglia crudele
e, quando respiriamo, entro i polmoni infermi
precipita la Morte con sue cupe querele.

Se lo stupro, l’incendio, il veleno, il pugnale
non hanno ricamato con perizia squisita
dei nostri giorni grigi l’orditura banale,
gli è che l’anima nostra non è abbastanza ardita!

Ma fra i lupi, le iene, i falchi e le pantere, 
le scimmie, i sciacalli, gli scorpioni, i serpenti
che urlano e grugniscono, giostrando in turpi schiere
entro il serraglio infame dei nostri traviamenti,

uno ve n’è, più laido, più maligno ed immondo!
Sebbene non accenni un gesto ne un bisbiglio,
vedrebbe volentieri crollare l’interno mondo
e inghiottirebbe il globo con un grande sbadiglio:

é la Noia! Con l’occhio di lacrime appannato
fuma e sogna la forca nel suo tardo cervello.
Tu, lettore, conosci quel mostro delicato,
ipocrita lettore, mio simile, mio fratello!

 

ALLEANZA TRA FEDE E RAGIONE – SAN TOMMASO D’AQUINO 21 dicembre 2015

 

ALLEANZA TRA FEDE E RAGIONE

SAN TOMMASO D’AQUINO

Alleanza tra fede e ragione

Foto Antonino Cuzzola

(FOTO ANTONINO CUZZOLA)

Quando papa Giovanni XXII nel 1323, iscrisse Tommaso d’Aquino nell’Albo dei Santi, a quanti obiettavano che egli non aveva compiuto grandi prodigi, né in vita né dopo morto, il papa rispose con una famosa frase: “Quante preposizioni teologiche scrisse, tanti miracoli fece”.
E questo, è il riconoscimento più grande che si potesse dare al grande teologo e Dottore della Chiesa, che con la sua Summa teologica, diede sistematicamente un fondamento scientifico, filosofico e teologico alla dottrina cristiana.

Tommaso, nacque all’incirca nel 1225 nel castello di Roccasecca (Frosinone) nel Basso Lazio, che faceva parte del feudo dei conti d’Aquino; il padre Landolfo, era di origine longobarda e vedovo con tre figli, aveva sposato in seconde nozze Teodora, napoletana di origine normanna; dalla loro unione nacquero nove figli, quattro maschi e cinque femmine, dei quali Tommaso era l’ultimo dei maschi.
Secondo il costume dell’epoca, il bimbo a cinque anni, fu mandato come “oblato” nell’Abbazia di Montecassino; l’oblatura non contemplava che il ragazzo, giunto alla maggiore età, diventasse necessariamente un monaco, ma era semplicemente una preparazione, che rendeva i candidati idonei a tale scelta.
Verso i 14 anni, Tommaso che si trovava molto bene nell’abbazia, fu costretto a lasciarla, perché nel 1239 fu occupata militarmente dall’imperatore Federico II, allora in contrasto con il papa Gregorio IX, e che mandò via tutti i monaci, tranne otto di origine locale, riducendone così la funzionalità; l’abate accompagnò personalmente l’adolescente Tommaso dai genitori, raccomandando loro di farlo studiare presso l’Università di Napoli, allora sotto la giurisdizione dell’imperatore.
A Napoli frequentò il corso delle Arti liberali, ed ebbe l’opportunità di conoscere alcuni scritti di Aristotele, allora proibiti nelle Facoltà ecclesiastiche, intuendone il grande valore.

 

Francesco Bacone 18 dicembre 2015

Francesco Bacone

Bacone: pioniere del Pensiero Scientifico

Bacone - pioniere del pensiero scientifico

(FOTO ANTONINO CUZZOLA)

Francesco Bacone (Londra 1561-1620) è uno dei più grandi filosofi dell’Età moderna, ed è a ragione considerato tra i pionieri del metodo induttivo e della logica scientifica. Nel corso della sua esistenza ricoprì molte importanti cariche politiche, tra le quali anche quella di primo ministro. 

Bacone è universalmente noto come autore del Novum Organum, opera grandiosa nella quale il filosofo proponeva di rinnovare il vetusto impianto della logica in Aristotele, il cui corpus di scritti logici prende appunto il nome di Organon, cioè strumento della scienza. Cambiando il volto della scienza, argomenta Bacone, deve per forza cambiare anche il paradigma logico di riferimento. Appunto per questa ragione, Bacone tentò con il Novum Organum di fare piazza pulita di quei pregiudizi che inquinano le sorgenti stesse della vera scienza, che per il filosofo inglese corrispondono a dei veri e propri idoli, che sono: 

  • gli idoli della tribù, pregiudizi collegate ai vari gruppi umani e che presuppongono la presunzione umana; 

  • gli idoli della caverna, pregiudizi presenti nella coscienza del singolo; 

  • gli idoli del mercato: pregiudizi collegati alla dimensione linguistica; 

  • gli idoli del teatro: pregiudizi collegati alle differenti filosofie provenienti dalla tradizione classica e scolastica. 

    Il senso della critica di Bacone è quello di risalire ai principali errori che la mente umana compie nell’esercizio delle sue facoltà, e che in certo qual modo impediscono un corretto uso della nostra ragione al fine di raggiungere la verità. Con la rimozione di questi idoli, tuttavia, si è fatto solo un primo e provvisorio passo verso il sapere, al quale dovrebbe accompagnarsi la disamina di tre diverse categorie di pensatori. 

    In primo luogo, le formiche, cioè gli empirici, che basano la conoscenza sull’esperienza, e gli spiriti dogmatici, che basano la conoscenza sulla teoria ignorando completamente la prassi. La definizione di formiche deriva dal fatto che questi pensatori si occupano soltanto di dispensare e consumare. 

    In secondo luogo, i ragni, ossia i razionalisti, che tessono autonomamente la loro tela. 

    In terzo luogo, le api, cioè gli scienziati-filosofi che basano la conoscenza sull’intelletto che tramuta le nostre nozioni in concetti efficaci per la scienza. Gli scienziati-filosofi sono paragonati alle api in quanto prendono la materia prima, il polline, dai fiori e poi ne ricavano il miele della virtù.

    Per le sue intuizioni, Bacone merita ancor oggi l’appellativo di profeta della tecnica perché, analogamente a Galileo in Italia e nello stesso torno di tempo, considerava la scienza un valido mezzo per governare gli elementi della natura e comprenderne i segreti. 

[Scheda di Domenico Turco]

(www.mondo3.it)

 

‘A funtana’ i Riggiu

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‘A funtana’ i Riggiu

1961 R C
A Reggio negli anni 50 venne costruita una fontana le cui acque, per effetto del vento, bagnavano i passanti.

Dialetto: Calabria

‘A funtana’ i Riggiu

O riggitani, dopu tanti peni,
facistuvu ‘nt’on largu ‘na funtana
chi piscia propriu comu veni veni
pi tutt’a notti e ppa iurnata sana…

O riggitani, mi si rici chissa:
v’ambriacastuvu d’acqua comu e fissa…
e facistuvu ‘na cosa strafalaria
chi pari ch’è Giufà chi piscia allaria…

Ma chi ssu’ ddhi tri peri, ddhi tri anchi
‘i fora ‘ncumarini e d’intra janchi?
E ghistuu a Roma! Pigghiastuvu cunsigghiu,
ca va putiva fari puru Bbrighhiu!

E ora nta’ ‘na iargia, all’archiggiatu, 
‘mpenditici nu pappajaddhu ‘mmaestratu,
m’aggrira e scanz’a ggenti ‘i ddha striscia:
“passati ‘o largu ca’ funtana piscia!”…

Ma nci nd’è n’atra ancora ma sintiti:
dissi Giufà; “a facistuuu e vva’ tiniti!”
E ora resta ‘nu dittu ‘i stu pruriggiu:
“fissa cchiù fissa da funtana ‘i Riggiu!”

Traduzione in italiano

La fontana di Reggio

O reggini, dopo tante pene,
avete fatto nella piazza una fontana
che piscia in aria alla rinfusa
per tutta la notte e per l’intera giornata…

O Reggini, che si dica questa:
vi siete ubriacati con l’acqua come gli stupidi
ed avete fatto una cosa senza senso
che sembra Giufà che piscia per aria…

Ma cosa sono quei tre piedi, quelle tre gambe,
di fuori celestini e dentro bianche?
E siete andati a Roma! Avete preso consiglio,
che ve la poteva fare pure Brigghio!…

E ora in una gabbia sotto le arcate
metteteci un pappagallo ammaestrato,
che gridi e faccia scansare la gente da quella striscia:
“Passate al largo che la fontana piscia!”…

Ma ce n’è un’altra ancora che la sentiate:
ha detto Giufà: l’avete fatta e ve la tenete!”
Ed ora resta un detto di questo prodigio:
“stupido, più stupido della fontana di Reggio!”*

Poesia di: Nicola Giunta *Molti anni dopo la fontana venne demolita ed ora rimane il ricordo ed il detto immortalato da Nicola Giunta.
 

 
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