Nino

Ah … il tempo mio nemico e strano …

FORMA E MENZOGNA 16 maggio 2017

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Luigi Pirandello

FORMA E MENZOGNA

(Foto Antonino Cuzzola)

La forma è la maschera, l’aspetto esteriore che l’individuo-persona assume all’interno dell’organizzazione sociale per propria volontà o perché gli altri così lo vedono e lo giudicano: è nella forma che l’individuo-persona diventa personaggio.

La forma è determinata dalle convenzioni sociali, dalla ipocrisia, che è alla base dei rapporti umani, regolati più dall’egoistica valutazione di vantaggi e svantaggi o da meschine preoccupazioni per i propri interessi, che da un vero attaccamento ai grandi valore. L’illusione nella quale vivono i personaggi viene scoperta e messa a nudo attraverso una riflessione che scompone ogni cosa fin nei suoi aspetti più nascosti e che i personaggi stessi non oserebbero confessare. Più rigida è la forma-maschera, più l’uomo si allontana dalla verità, dalla realtà, dalla normalità.

Esiste una forma, nella tematica pirandelliana, che

  1. l’individuo-personaggio dà a se stesso;

  2. gli altri danno all’individuo-personaggio;

  3. l’individuo-personaggio crede che gli altri gli diano;

  4. ciascuno individuo e ciascun personaggio crede di darsi nei rapporti con gli altri.

È questo il ragionamento di Moscarda in Uno nessuno centomila:

in astratto non si è. Bisogna che s’intrappoli l’essere in una forma, e per alcun tempo si finisca in essa, qua o là, così o così. E ogni cosa, finché dura, porta con sé la pena della sua forma, la pena d’essere così, e di non poter più essere altrimenti…

E come le forme gli atti.

Quando un atto è compiuto, è quello; non si cangia più. Quando uno, comunque, abbia agito, anche senza che poi si senta e si ritrovi negli atti compiuti, ciò che ha fatto resta: come una prigione per lui.

Se avete preso moglie, o anche materialmente, se avete rubato e siete stato scoperto; se avete ucciso, come spire e tentacoli vi avviluppano le conseguenze delle vostre azioni; e vi grava sopra, attorno, come un’aria densa, irrespirabile, la responsabilità che per quelle azioni e le conseguenze di esse, non volute o non previste, vi siete assunta.

Quando il personaggio scopre di essere calato in una forma determinata da un atto accaduto una sola volta e di essere riconosciuto attraverso quell’atto e identificato in esso, come può essere identificato in centomila altri atti diversi ma tutti ugualmente soffocanti, cade in una condizione angosciosa senza fine, perché si rende conto che:

  • la realtà di un momento è destinata a cambiare nel momento successivo;

  • la realtà è un’illusione perché non si identifica in nessuna delle forme che gli altri gli hanno dato.

Accanto alle centomila forme, che cambiano in continuazione, a seconda delle circostanze nelle quali agisce, esiste una forma che incatena il personaggio per tutta la vita determinandone gli atti: una forma che non cambia mai se non quando scompare il personaggio stesso.

È quanto accade, ad esempio, nella novella La carriola al personaggio principale, del quale l’autore non ci dice nemmeno il nome, perché potrebbe essere chiunque, caratterizzato soltanto dai suoi titoli onorifici, scientifici e professionali. Un giorno, mentre torna a casa in treno, stanco e un po’ annoiato, si appisola e comincia a sentire piano piano che gli è estraneo tutto ciò che fino a quel momento ha vissuto, tutto ciò che ha creato e gli altri hanno creato per lui sulla base delle convenzioni che legano i rapporti sociali. 
Scopre all’improvviso di non aver mai vissuto per sé e di non poter riconoscere come sua quella vita; il suo spirito non si ritrova più in colui che tutti ricercano, rispettano, ammirano, “di cui tutti volevan l’opera, il consiglio, l’assisten
za, senza mai dargli un momento di requie”

Scopre, insomma, la forma, quel modo di vivere che si era trascinato dietro fino a quel momento senza saperlo, subendolo come una cosa morta.

Perché ogni cosa è una morte.

Pochissimi lo sanno; i più, quasi tutti lottano, s’affaticano per farsi, come dicono, uno stato, per raggiungere una forma; raggiuntala credono d’aver conquistato la loro vita, e cominciano invece a morire.

Non lo sanno, perché non si vedono; perché non riescono a staccarsi più da quella forma moribonda che hanno raggiunta; non si conoscono per morti e credono d’essere vivi. 

Solo si conosce chi riesca a veder la forma che si è data o che gli altri gli hanno data, la fortuna, i casi, le condizioni in cui ciascuno è nato. Ma se possiamo vederla, questa forma, è segno che la nostra vita non è più in essa… Possiamo dunque vedere e conoscere soltanto ciò che di noi è morto.

Conoscersi è morire.

Quando si “conosce“, il personaggio si sente soffocato e schiacciato dalla forma, da questo modo di essere che noi chiamiamo vita e che, invece, rappresenta per lui la morte.

(Luigi Pirandello)

Importante quanto la forma abbiamo la bugia che nell’opera di Pirandello diventa uno strumento di difesa, l’arma con cui il personaggio può difendersi dal mondo circostante, con cui può mascherarsi, con cui può dissimulare la realtà e celare il suo vero aspetto.

  P.S.

Chi ha visitato la mia Personale Fotografica (Itinerari e Rotte” – Obiettivo sulle Tracce del Tempo e della Storia) – a Reggio Calabria (Palazzo della Provincia) e a Bagnara Calabra (Palazzo Comunale), conserverà buona memoria di due fotografie che richiamano il Pensiero Pirandelliano:

  1. il contrasto tra la Vita e la Forma;

  2. … dove, per essere vero, l’uno tradisce l’altro col pensiero!

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Fotofilosofia 6 maggio 2017

Filed under: Filosofia — czz56 @ 19:16
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Foto Antonino Cuzzola

Foto Antonino Cuzzola

(FOTO ANTONINO CUZZOLA)

“Gli uomini sono soliti formare idee universali tanto delle cose naturali, quanto di quelle artificiali, idee che considerano come modelli, ai quali credono che la natura (che stimano non faccia nulla senza un fine) guardi e si proponga anch’essa come modello. Quando, dunque, vedono che accade qualcosa in natura che non concorda con il modello che hanno concepito di tale cosa credono allora che la natura abbia fallito o peccato e abbia lasciato quella cosa imperfetta.”

(Baruch Spinoza)
 

 
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