Nino

Ah … il tempo mio nemico e strano …

PROVOS 6 febbraio 2017

PROVOS

Biciclette bianche

Foto Antonino Cuzzola

(FOTO ANTONINO CUZZOLA)

La rivolta Provo, all’inizio degli anni ‘60 ad Amsterdam, è stata una delle prime forme di contestazione giovanili al concetto di proprietà, il primo episodio in cui i giovani hanno cercato di influire sul terreno della politica, senza ideologie, assumendo uno stile di vita libertario, ecologico e antiproibizionista. Il movimento Provo, composto da una stravagante raccolta di artisti visionari e anarchici, tra il 1965 e il 1967, ingaggiò una vera e propria guerriglia culturale non violenta contro i capisaldi della cultura borghese, la più famosa delle quali è senz’altro quella del “Piano delle biciclette bianche” che prevedeva di rimuovere tutti i lucchetti alle bici per porle a disposizione della collettività, dipingendole appunto di bianco per renderle visibili anche di notte. Per le vie di Amsterdam iniziarono a spuntare tante biciclette bianche prive di lucchetto e a totale disposizione della cittadinanza. Chiunque avesse una bici, nei piani dei Provos, avrebbe dovuto dipingerla di bianco e metterla a disposizione di tutti, nella speranza che questa pratica divenisse di uso comune e cacciasse le auto dal centro. L’idea fece presa nella popolazione, tanto che le autorità arrivarono al punto di dover sequestrare svariate biciclette, motivando il sequestro con il reato di presunta “istigazione al furto”, non essendo le biciclette chiuse a dovere. Il “Piano delle biciclette bianche”, seppur fallito per la ferma opposizione del potere politico che mal digeriva il concetto di “gratuito” e di “collettivo” in una società nella quale la proprietà privata era ed è imperante, ha però lasciato il segno ed è il motivo per cui ad Amsterdam circolano milioni di biciclette.

La patafisica (la patafisica è la “scienza delle soluzioni immaginarie, che accorda simbolicamente ai lineamenti le proprietà degli oggetti descritti per la loro virtualità”), il movimento anticipatore del surrealismo creato dallo scatenato Alfred Jarry è indissolubilmente legato alla sua fiammante bicicletta da corsa. La scoperta dell’LSD da parte dello scienziato svizzero Albert Hofmann nel 1943 è tutt’uno con la sua mitica pedalata fatata per le vie di Basilea. Difficile pensare alla lotta di popolo dei vietnamiti senza lo strabiliante sistema di rifornimento condotto da sgangherate biciclette che attraversavano i sentieri nella giungla portandosi in groppa persino gli obici. Uno degli strumenti infallibili per misurare la civiltà di un paese è lo spazio che esso offre ai propri ciclisti (paesi scandinavi in testa, paesi mediterranei in coda). In Olanda agli inizi degli anni ’60 in pieno boom automobilistico, proprio quando tutti, ma proprio tutti, sognavano la loro bella quattroruote, si fanno notare degli strani personaggi che vanno totalmente controcorrente. Sono i Provos, un gruppo di anarchici dadaisti e zuzzurelloni, a cui spetta la palma di avanguardia di quella contestazione giovanile che verso la fine del decennio infiammerà l’intero occidente. I Provos nutrivano un senso di frustrazione e di rigetto nei confronti della società consumista e alienante, per usare le loro parole, si sentivano in questo mondo “come ciclisti su un’autostrada”. Scelsero la bicicletta come santo strumento tribale, arma comunitaria contro i comportamenti antisociali degli automobilisti che agivano (e agiscono) indisturbati contro l’ambiente coperti dalla grande industria e dalla polizia.
Gli automobilisti amorevolmente coccolati dagli spacciatori di petrolio e dai cementificatori, erano (e sono) il “braccio armato” di uno stile di vita che ormai andava inesorabilmente modellando la geografia del pianeta. Il piano era (ed è) distruggere il tessuto umano dei quartieri storici creando un mondo in cui fosse impossibile andare a scuola, al lavoro, a far la spesa, a curarsi e a divertirsi senza poggiare il culo su un autoveicolo, senza pagare il balzello all’industria e allo stato e senza devastare il territorio). 

I Provos osano sbeffeggiare il simbolo della crescita economica, il dogma della modernità, rivendicando il diritto di camminare per la città senza venir minacciati fisicamente da bande di psicopatici aggressivi rinchiusi dentro una scoreggiante scatola di ferro. I Provos soprattutto rivendicano il diritto e il piacere di non seguire i modelli di consumo e di non consumare. Dotati di una formidabile capacità di spiazzare le autorità e di dar vita a fantasiose pratiche di disobbedienza civile, restano vivi nella memoria dei più per il famoso “piano delle biciclette bianche”, la messa a disposizione della cittadinanza di Amsterdam di un certo numero di biciclette collettivizzate. Biciclette sempre aperte a disposizione di chiunque se ne volesse servire, un mezzo di trasporto gratuito, una provocazione contro la proprietà privata capitalista. “La bicicletta bianca è anarchica e simboleggia semplicità e igiene di fronte alla cafonaggine e alla zozzeria dell’automobile. Una bicicletta non è nulla ma è già qualcosa”. Un atto ecologico (anche se allora la parola ecologia non esisteva ancora).

I Provos scelsero di dipingere le bici di bianco – dopo aver scartato l’idea di farle rosse e nere, come la bandiera anarchica – per il semplice fatto che le loro azioni avvenivano prevalentemente di notte. Un bel numero di cittadini, rispondendo ai loro appelli, si reca nel luogo di raccolta, offre le proprie biciclette e le dipinge di bianco, mettendole a disposizione del provotariato. Il successo è immediato e l’operazione accende l’immaginazione di altri gruppi consimili da Stoccolma a Berkeley, da Praga a Oxford (motto dell’iniziativa “Il bianco annulla tutto, soprattutto la proprietà). Un famoso gruppo psichedelico inglese i Tomorrow lancia un brano delizioso, My White Bicycle, che diffonde il messaggio libertario persino nella hit parade. (Anche in Italia Caterina Caselli incide un brano dedicato alla provocazione provo).

https://www.youtube.com/watch?v=0LzQ8gmbO8M

Ma il segnale più evidente del successo del piano biciclette bianche è la risposta della polizia. Le autorità reagiscono immediatamente e in modo ridicolo: vengono sequestrate una cinquantina di bici in giro per la città. La giustificazione è che non essendo chiuse col lucchetto rappresentano un istigazione al furto. In pratica è la polizia a rubarle, visto che non le restituirà più ai legittimi proprietari, i cittadini di Amsterdam. In una società in cui vige la proprietà privata, ciò che è gratis è illegale e pericoloso.

I ladri di biciclette in divisa non fanno altro che promuovere il piano provo, attirando attirando nelle loro file un numero crescente di sostenitori e spingendo l’opinione pubblica a solidalizzare con loro.

…  dalla rete

 

“La Strage di Cima Vallona” 10 dicembre 2014

Ho completato una fotografia che richiama un fatto avvenuto tanti anni fa e che pochi ricordano:

“La Strage di Cima Vallona”- (25 giugno 1967)

La Strage di Cima Vallona è stato un attentato terroristico perpetrato il 25 giugno 1967 da separatisti sudtirolesi del Befreiungsausschuss Südtirol contro una pattuglia di militari italiani che indagavano su un precedente attentato. Negli anni Cinquanta-Sessanta il BAS compì numerosi attentati.

La strage avvenne in seguito ad un attentato con il quale il 25 giugno 1967 i terroristi abbatterono un traliccio dell’alta tensione proprio in località Cima Vallona uccidendo Armando Piva, uno degli alpini che sorvegliavano l’area. A bordo di un AB 412 decollato dall’Aeroporto di San Giacomo fu inviata una squadra della Compagnia Speciale Antiterrorismo con il compito di bonificare l’area e raccogliere indizi utili per identificare gli autori dell’attentato. La squadra era composta dal Capitano dei Carabinieri Francesco Gentile (carabiniere paracadutista del Tuscania), dal sottotenente Mario Di Lecce e dai sergenti Olivo Dordi e Marcello Fagnani (incursori del Col Moschin). Assolto il loro compito, i quattro si avviarono lungo un sentiero per rientrare a Sega Digon di Comelico Superiore quando, inavvertitamente, uno di loro attivò una trappola esplosiva piazzata distante dal luogo dell’attentato e lungo l’unico sentiero disponibile. A seguito dell’esplosione Di Lecce e Gentile morirono sul colpo, Dordi dopo una dolorosa agonia e Fagnani rimase gravemente ferito. Sul luogo dell’esplosione furono trovate due tavolette di legno con su incisa la rivendicazione a firma del BAS (Befreiungsausschuss Südtirol, Comitato di liberazione del Sudtirolo in italiano). Il testo riportava “Voi non dovete mai avere più la barriera di confine al Brennero. Prima dovete ancora scavarvi la fossa nella nostra terra”. 

A questo proposito inserisco una canzone scritta da Fancesco Guccini

(cantata da Caterina Caselli).

Cima Vallona

 

Ci fu un tuono secco però non pioveva,
un lampo di fuoco da terra veniva.
E l’eco veloce si sparse lontano
riempiendo di fumo le valli ed il piano.

 

Ma il vento quel giorno era dolce e veloce
portò via quel fumo ogni grido e ogni voce,
e là sulla cima il silenzio tornava
e tutto tranquillo di nuovo sembrava.

 

Tornò dell’estate il rumore leggero
tornarono i falchi a volare nel cielo.
Restarono i quattro che a terra straziati
guardando quel cielo con gli occhi sbarrati.

 

Guardando le nubi vicine lassù
con occhi che ormai non vedevano più,
l’odore di morte era in quella giornata
soltanto una grande bestemmia insensata.

 

Portate dei fiori, portate parole,
portate canzoni, portategli il sole,
portate ogni cosa che serva per loro
a fare più dolce il sereno riposo.

 

Portategli il vostro sincero rimpianto,
portategli il vostro ricordo soltanto,
che sappiano loro che sono partiti
che noi tutti noi siam rimasti feriti.

 

Portategli i fiori, portategli il sole,
un bacio di donna, un ricordo d’amore.
Chi sa maledire o chi sa pregare
quei quattro ragazzi dovrà ricordare.

 

Voglio saper se la mano assassina
che ha mosso la terra, che ha messo la mina,
sa stringere un’altra, se sa accarezzare
se quella d’un uomo può ancora sembrare.

https://www.youtube.com/watch?v=ZssokI9aaW4

 

 
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