Nino

Ah … il tempo mio nemico e strano …

Dasein 29 agosto 2015

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Dasein

Il termine fu introdotto in filosofia nel corso del sec. XVIII. Per Kant il Dasein di un oggetto è conoscibile solo mediante il ricorso all’esperienza e ha quindi costante relazione con la possibilità di una percezione, anche se non con una percezione immediata (concetti espressi dal filosofo tedesco nella Critica della ragion pura). Nella concezione hegeliana il Dasein indica la categoria dell’essere determinato come immediata e unilaterale unità dell’essere e del nulla; come semplice determinatezza dell’essere, il Dasein si distingue dall’Existenz, termine usato per designare l’essere in relazione (concetto formulato da Hegel nella Logica). Per Heidegger il Dasein è l’uomo in quanto si pone la domanda sul significato dell’essere. La comprensione dell’essere del Dasein e l’ontologia fondamentale si devono ricercare nell’analitica esistenziale del Dasein (Essere e Tempo).

(Sein und Zeit), opera fondamentale di M. Heidegger (1927), che segnò il costituirsi della filosofia esistenzialistica: l’opera (incompleta) ripropone il problema del senso dell’essere e si avvale del metodo fenomenologico mutuato da Husserl. Heidegger opera dapprima una distinzione tra l’essere e i modi dell’essere; è un modo dell’essere l’esserci (Dasein), cioè l’esistente, l’uomo. Il carattere strutturale dell’esserci è l’“essere nel mondo”. Immedesimandosi nel mondo l’uomo si perde nella quotidianità anonima del “si” (si dice, si fa, ecc.). A questa esistenza inautentica che è caratterizzata dalla paura si contrappone quella autentica che si radica nell’angoscia, come strumento del nulla che, facendo sentire l’uomo non a suo agio nel mondo, estraneo a esso, gli apre l’unica possibilità autentica dell’esistenza, la morte. A sua volta l’essere per la morte fa di questa non un momento che giunge a un certo punto, al termine dell’esistenza, ma il senso proprio dell’esistenza stessa, la possibilità per l’esserci di pervenire a se stesso estraniandosi dal mondo della banalità e della dispersione.
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ESSERE E TEMPO 26 agosto 2015

ESSERE E TEMPO

Martin Heidegger

L’esponente principale della Filosofia dell’esistenza è Martin Heidegger. Nato a Messkirch nel 1889, studiò teologia e filosofia Nel 1927 esce il lavoro fondamentale di Heidegger Essere e tempo.

Nel 1933 Heidegger, che aveva aderito al nazismo, divenne rettore dell’Università di Friburgo e pronunciò il discorso L’autoaffermazione dell’università tedesca. Dalla carica di rettore si dimise poco dopo. Heidegger è morto nel 1976.

essere(FOTO ANTONINO CUZZOLA)

Lo scopo dichiarato di Essere e tempo è quello di una ontologia capace di determinare in maniera adeguata il senso dell’essere. Ma, per raggiungere tale scopo, occorre analizzare chi è colui che si pone la domanda sul senso dell’essere. E se Essere e tempo si risolve in un’analitica esistenziale, su quell’ente (l’uomo) che si interroga sul senso dell’essere, gli scritti che vanno dal ’30 in poi abbandonano l’impostazione originaria: non si tratta più di analizzare quell’ente che cerca vie d’accesso all’essere, ma si punta sull’essere stesso e sulla sua autorivelazione.

Il problema del senso dell’essere pone subito questo interrogativo: «Presso quale ente deve venir carpito il senso dell’essere?».
Ebbene, prosegue Heidegger, «se il problema dell’essere deve venir esplicitamente posto in tutta la sua trasparenza, allora [ … ] si rende necessaria la messa in chiaro delle maniere di penetrazione nell’essere, di comprensione e di possesso concettuale del suo senso, nonché la delucidazione della possibilità di una retta scelta dell’ente esemplare e l’indicazione dell’autentica via d’accesso a questo ente. Penetrazione, comprensione, delucidazione, scelta, accesso, sono momenti costitutivi del cercare e nello stesso tempo modi di essere di un determinato ente, e precisamente di quell’enteche, nol che cerchiamo, già siamo».

Per tutto ciò, «elaborazione del problema dell’essere, viene dunque a significare: rendersi trasparente di un ente, porre il cercante nel suo essere». E in ciò consiste l’analitica esistenziale.

L’uomo è, dunque, l’ente che si pone la domanda sul senso dell’essere. Per questo, una corretta impostazione del problema del senso dell’essere richiede una esplicitazione preliminare di quell’ente che si pone la domanda sul senso dell’essere: e «questo ente che noi stessi già sempre siamo, e che ha, fra le altre possibilità di essere, quella di cercare, noi lo indichiamo col termine Esserci (Dasein)».

L’uomo, considerato nel suo modo di essere, è appunto Da-sein, esser-ci; e il «ci» (da) sta ad indicare il fatto che l’uomo è sempre in una situazione, gettato in essa, e in rapporto attivo nei suoi confronti.

L’Esserci, cioè l’uomo, non è soltanto quell’ente che pone la domanda sul senso dell’essere, ma è anche quell’ente che non si lascia ridurre alla nozione di essere, accettata dalla filosofia occidentale che identifica l’essere con l’oggettività, ossia, come dice Heidegger, con la semplice presenza. Le cose sono certamente diverse una dall’altra, ma tutte sono oggetti (ob-jecta) posti davanti a me: e in questo loro essere presente la filosofia occidentale ha visto l’essere.

Ma l’uomo non può ridursi ad un oggetto puro e semplice nel mondo; I’Esserci non è mai una semplice-presenza, giacché esso è proprio quell’ente per cui le cose sono presenti.

Il modo di essere dell’Esserci è l’esistenza: «la “natura“, l'”essenza” dell’Esserci consiste nella sua esistenza». E l’essenza dell’esistenza è data dalla possibilità, che non è una vuota possibilità logica né una semplice contingenza empirica. L’essere dell’uomo è sempre una possibilità da attuare, e di conseguenza l’uomo può scegliersi, può cioè conquistarsi o perdersi.

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