Nino

Ah … il tempo mio nemico e strano …

Sirtaki 8 gennaio 2016

~ Sirtaki ~

Ho visitato la Grecia in lungo e in largo, quello che mi ha colpito di questo popolo è l’attaccamento alle loro tradizioni. Conservo ancora buona memoria dei loro colori, sapori e odori…, voglio proporvi una danza popolare: il Sirtaki.

 

~ Sirtaki ~ Danza popolare di origine greca ~

Il Sirtaki è un mix tra una versione lenta e veloce della danza tradizionale greca chiamata Hasapiko detta anche la danza dei macellai” il cui nome deriva dalla lega dei macellai di Costantinopoli, in epoca bizantina.

I danzatori tendono la mano appoggiata l’uno sulla spalla dell’altro, in un ritmo di graduale accelerazione. Il Sirtaky rappresenta ormai, agli occhi del mondo, tutte le danze greche.

Che sono in realtà numerosissime. Le danze greche sono di origine antichissima, come dimostrano le figure danzanti di molti vasi dell’epoca. Non è cambiato molto da allora.

Forse le danze di oggi saranno state spogliate del significato originario, ma hanno ancora movimenti simili a quelli dell’epoca classica.

La Sousta, per esempio, era la danza eseguita da Achille intorno alla pira funeraria dell’amico Patroclo. Le gesta dell’eroe vengono oggi compiuti nelle piazze dei villaggi come fossero balli d’ amore in cui si fronteggiano uomini e donne.

Le danze si svolgono al suono di musiche lamentose e nostalgiche, suonate da cori di mandolini, da clarinetti.


Ogni occasione è buona per mettersi a danzare. Per matrimoni, battesimi o anche di funerali, non manca mai qualcuno che cominci a suonare un mandolino con la formazione di un gruppo di danzatori che descrive un cerchio.

E in cerchio si balla anche la moderna versione delle antiche danze greche, il Sirtaky. Come il Syrtos, molto diffuso sulle isole.

Il Tsakonikos, la danza del labirinto, che sembra risalire al mito di Teseo che uccise il Minotauro nel labirinto di Crosso. O la Mirologhia, che serve a commemorare il morto.

Il tutto in un gioco di piedi battuti a terra o strusciati, salti, contorsioni, e ritmo che si fa sempre più serrato.

http://www.youtube.com/watch?v=c9IJzUv_PO0

Annunci
 

Edipo a Colono 31 luglio 2015

Il 23 e 24 Maggio 2009 ho avuto l’occasione di assistere a due tragedie greche al Teatro Greco di Siracusa: “Medea” e “Edipo a Colono” – Medea la troverete in un’altra pagina del Blog – Edipo a Colono qui di seguito…                             

                                              Edipo a Colono

Edipo, ormai mendico e cieco, giunge accompagnato dalla figlia Antigone nel borgo ateniese di Colono, in un luogo pieno di ulivi e di viti, da cui si vedono in lontananza le torri della città.

Quando Edipo, stanco, siede su una pietra, un uomo si avvicina intimandogli di alzarsi poiché si trovano in un bosco sacro e invita lui e Antigone ad aspettare, mentre egli andrà a cercare la gente del luogo. Saranno loro, conclude, a decidere se i due stranieri potranno rimanere o dovranno andarsene. Si chiude il prologo e fa ingresso il Coro di vecchi ateniesi, in cerca dello straniero cha ha violato il luogo sacro alle Eumenidi  (Le Eumenidi, dette anche Erinni, sono le Furie della mitologia italica. Figlie di Acheronte e della Notte o, secondo altri, di Gea, nate dal sangue di Urano, o di Ades e di Persefone. Erano tre, Aletto, Megera e Tisifone. Erano divinità punitrici, dee della maledizione e della vendetta, che avveniva con guerre, pestilenze, discordie e, nell’intimità dello spirito, con il rimorso. I colpevoli, soprattutto gli assassini, venivano perseguitati anche dopo la morte. Quando il colpevole si pentiva e si purificava della sua colpa, diventavano benevole, donde il nome di Eumenidi – dal greco euméneia, “benevolenza”. Erano rappresentate con un aspetto lugubre e terribile, con una veste nera e insanguinata e delle serpi in testa al posto dei capelli.) e di cui sconosce l’identità.

Emerge, sin dai primi versi, un chiaro riferimento, una attenzione particolare alla condizione dello straniero, chiamato ad accogliere incondizionatamente le credenze e i valori della città ospite. Soprattutto, emerge tutta la fragilità del suo status, quando i vecchi di Colono, messi a parte della identità di Edipo,vorrebbero cacciarlo.

Lo dice bene Antigone nelle sue parole rivolte al Coro: “Da voi, come da un dio, noi miseri pendiamo”. Mentre Edipo e Antigone parlano con gli anziani, entra in scena Ismene, figlia di Edipo e sorella di Antigone, messaggera di notizie funeste. La fanciulla racconta come gli altri due figli di Edipo, i fratelli Eteocle e Polinice, accecati dal “demone” del potere, abbiano iniziato a contendersi il trono di Tebe, e di come Eteocle si sia impossessato del trono cacciando dalla patria Polinice, ora esule ad Argo con lo scopo di acquisire nuovi alleati che lo sostengano nella riconquista di Tebe.

A questo punto Edipo perde la speranza di potersi salvare ma Ismene aggiunge che egli, morto o vivo, avrebbe portato la salvezza ai suoi alleati: lo dice l’oracolo di Apollo. Per questa ragione tutti avrebbero cercato il suo favore o di averlo in proprio potere. Infatti, proprio mentre Ismene parla a suo padre, Creonte si sta dirigendo verso Atene per riportare Edipo in patria e “prendere possesso” di lui. Il destino di Edipo sembra essersi ironicamente ribaltato: prima cacciato e aborrito da tutti, ora diviene oggetto di contesa, portatore di salvezza e di forza. Secondo il responso di Febo, inoltre, la città che avesse offerto sepoltura a Edipo sarebbe divenuta inviolabile. Edipo maledice i figli che hanno anteposto il regno al padre, la brama di potere all’amore filiale; poi, come un supplice, svolge un rito di purificazione sapientemente descritto in ogni suo passaggio. Dopo un commo in cui si alternano Edipo e il Coro rievocando le colpe del’incestuoso parricida, entra in scena Teseo, il re di Atene, che, riconosciuto lo straniero, gli esprime la sua solidarietà, come chi ha vissuto in prima persona la dolorosa esperienza dell’esilio: “Io che so di essere cresciuto in esilio, come te, e, come un uomo qualunque su terra straniera, moltissimi rischi affrontai sul mio capo. Edipo dà in dono il suo “povero corpo”, che porterà grande vantaggio al suo seppellitore, ma Teseo dovrà proteggerlo da chi vuole portarlo a Tebe. Il Coro intona un inno ad Atene, la città dell’olivo sacro alla dea Atena, che nutre i suoi figli; la città dominatrice dei mari, grazie al dono di Poseidone. Entra in scena Creonte, cognato di Edipo, che a parole riconosce la grandezza di Atene “la più grande potenza della Grecia” ma nei fatti si comporta da ospite indesiderato. Creonte vuole riportare Edipo in patria, appellandosi così a un vincolo di stirpe ma questi ne sente tutto l’opportunismo e rifiuta di seguirlo; così egli aggredisce Antigone e Ismene, comportandosi in modo ingiusto, come sottolinea il Coro, solidale a Edipo e alle sue figlie.

Ora Teseo fa una vera e propria “lezione sulla ospitalità” e sulle sue regole, proteggendo i supplici e scagliandosi contro Creonte:“Io saprei come si deve comportare uno straniero con quelli del posto”. Ma se Creonte supera il limite, è tracotante ed empio, Teseo richiama costantemente alle regole, all’uso proprio delle leggi, non è il tiranno ma il sovrano illuminato simbolo di Atene, che rifiuta di rispondere alla violenza con la violenza. Creonte porta via le fanciulle come ostaggi ed il suo scontro verbale con Edipo è violentissimo. Teseo prende una netta posizione in favore di Edipo e, prima di andare via, gli promette di riportargli le figlie sane e salve. Dopo un canto corale in cui il Coro immagina la lotta fra Teseo e Creonte per le due fanciulle, Antigone e Ismene ritornano da Edipo, insieme a Teseo che nel frattempo lo informa dell’arrivo di un altro supplice straniero proveniente da Argo. È Polinice. Edipo lo rifiuta, ma Antigone incoraggia il padre ad incontrarlo e a lasciarlo parlare. L’atmosfera si fa cupa, priva di speranza, come ribadisce anche la voce del Coro che ora dà corpo ad una visione del male, del lato oscuro della vita dove regnano invidia, dissensi, contesa, stragi vecchiaia. Per questo, prosegue il Coro, desiderare una vita lunga più del dovuto è follia, nei lunghi giorni prevalgono i mali e il dolore è più vicino. Questo intermezzo corale preannuncia il momento più violento del dramma, l’incontro tra Edipo e il figlio Polinice. Appena giunto, questi parla del trono usurpato dal fratello Eteocle e della sua conseguente spedizione ad Argo alla ricerca di nuove alleanze per invadere la città. Edipo maledice Polinice, che quando aveva trono e scettro non aveva esitato a bandirlo da Tebe e che ora cerca l’appoggio del padre esclusivamente per impossessarsi del potere. Il suo è uno sguardo sul futuro di morte e di sventura che attende i due figli nemici: “Muoia di mano fraterna e uccida che ti ha bandito”. Polinice rimane fermo sulle sue posizioni e, prima di accomiatarsi, si rivolge alle sorelle, chiedendo loro di assicurargli la giusta sepoltura. Ora Edipo sente che il suo destino sta per compiersi, si rende conto di essere in punto di morte: lo annunciano gli dei, in accordo alla profezia, “tuono dopo tuono, sfolgoranti dardi dopo dardi”.

Adesso non ha più bisogno di essere guidato, è lui a guidare gli altri; nessuno, neanche le figlie, può toccarlo: il suo corpo è divenuto sacro. Edipo mostrerà soltanto a Teseo il luogo dove dovrà morire, intimandogli di non rivelarlo a nessuno se non, in punto di morte, al suo successore, come un segreto della città. Edipo diviene quasi un nume tutelare di Atene, proteggerà la città dagli assalti tebani, in accordo all’oracolo di Apollo, renderà la città inviolabile.

Anche il Coro lo accompagna idealmente a morire, con un canto che invoca non solo una “bella morte”, ma anche una giustizia più grande: “Su lui si avventò una coorte di mali immeritati: un dio giusto lo riporti in auge”.

E questa morte misteriosa è descritta dal messaggero che racconta l’estremo dolcissimo saluto di Edipo alle figlie prima di allontanarsi, chiamato da una voce, accompagnato dal solo Teseo. Chi racconta era fra coloro che, seguendo le due fanciulle, avevano lasciato alle loro spalle Teseo e Edipo. Forse, prosegue, fu un nunzio degli dei a portarlo via, o la terra degli inferi si spalancò per accoglierlo, dato che, quando si voltarono per rivolgere con lo sguardo l’ultimo saluto, d’improvviso, misteriosamente, videro soltanto Teseo, come se Edipo fosse svanito senza lasciare alcuna traccia. Il sovrano di Atene consola Antigone e Ismene ma non rivela nemmeno a loro il mistero della morte di Edipo e il luogo della sua tomba. Teseo rimane fedele al suo giuramento ricordando la promessa di Edipo: “Se esegui compiutamente le mie parole, mai un dolore sfigurerà la tua terra”.

Ora le strade di Teseo e Antigone si dividono, come i destini opposti delle due città. La figlia di Edipo rivolge il pensiero alla“antichissima” Tebe, dove sta per tornare. Vorrebbe impedire la strage dei suoi fratelli. Ma nessuno potrà farlo.

 

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: